PIETRO FANFANI.
...
.
...
UNA FATTORIA TOSCANA E IL MODO DI FARE L'OLIO.
CON  LA  DESCRIZIONE  DI  USANZE  E  DI  NOZZE  CONTADINESCHE E  UN  ESERCIZIO  LESSICOGRAFICO.
...
.
...
LIBRETTO PER LE SCUOLE.
1877. Paolo Carrara Libraio Editore, Via S. Margherita, n. 1101. MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
http://www.liberliber.it/
...
.
...
Indice.
...
.
...
AI LETTORI.	
UNA FATTORA NEL FIORENTINO.	
CONCLUSIONE.	
Esercizio Lessicografico.	
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
 AI LETTORI
Fra le molte pubblicazioni che io ho fatto per le scuole, pi fortunata di tutte  stata quella, che ha per titolo Una Casa fiorentina da vendere, della quale fino adesso ne sono fatte dodici edizioni, essendo accettata per libro di testo in parecchie scuole del Regno: e la cagione di tal lieta accoglienza si vuol solo recare a questo, che tal libretto, ordinato ad agevolare la unificazione della lingua, parve, e pare anche a me, che rispondesse al suo fine, ammaestrando i giovani, non senza qualche diletto. Fin d'allora io proposi di fare altri simili lavori, nei quali quell'esercizio che nella Casa da vendere si fa circa le voci del linguaggio domestico di una famiglia, si potesse fare sopra il linguaggio domestico e tecnico di qualche arte, industria, o mestiere; ma ne sono stato distratto in questi sette anni da altri lavori, cui ho dovuto attendere. Sollecitato adesso dal solerte editore Carrara a ripigliare l'antico disegno, facendo un altro libretto da accompagnarsi alla Casa da vendere, ho pensato di comporre questo presente, dove si descrive una Fattora toscana, e il modo di far l'olio, tenendomi stretto al proposito di ordinare questo lavoro, come feci per l'altro, alla desiderata, ma pur troppo trascurata, unificazione della lingua comune d'Italia; al quale effetto mi pare adesso, come mi parve allora, che sieno opportunissimi de' libri, che contengano in scrittura distesa le voci tecniche e di cose domestiche, da poterle vedere nel loro ordine di sintassi; e poi le rappresentino disposte in ordine lessicografico, da poterne veder dichiarato il loro vero significato. Anche qui dunque, alla minuta descrizione di ogni parte della Fattora, seguiter un Esercizio lessicografico, in cui si registrano tutte le voci tecniche, o di uso domestico, adoperate nella descrizione; e come  un fatto doloroso, ma vero, che parecchj oggetti domestici si nominano con voce, o francese, o altrimenti barbara, cos ho dovuto scrivere anche quelle, perch sono dell'uso comune; ma, registrandole nell'Esercizio, le ho discusse biasimandole, e proponendo la sostituzione italiana: il qual fatto doloroso mostra dall'una parte con quanta facilit si corrompano le lingue, anche ne' luoghi privilegiati; e mostra dall'altra che non pu assolutamente dirsi ogni cosa dee pigliarsi da Firenze; la qual Firenze un giorno pi dell'altro va perdendo la sua autorit, in opera di lingua, nel concetto delle altre province italiane. Hanno esse tutti i torti? No, perch qui forse pi che altrove sono rovinose quelle due correnti, che sono parimente pestilenziali agli studj di lingua e di lettere: l'una accecata dalla pi svergognata licenza, che trascura e dispregia ogni buona tradizione, che fa licito del libito; che pazzeggia orgogliosamente in opera di critica; che abbatte senza riedificare; e che fa consistere tutta la sapienza in apparenze audacemente ciarlatanesche; e questa per troppa sventura invade molte e molte cattedre, e i suoi professori vanno a testa alta, sfatando ogni studio di lingua, se non di quelle lingue che sono di l dal diluvio, e fanno alto e basso, ed hanno favori ed onori. L'altra corrente, o setta per dir meglio,  quella dell'ipse dixit, la quale non sa scostarsi dalle vecchie dottrine, e dalla vecchia critica, che tanto hanno pel falso; e questa, che per si assottiglia ogni giorno porta pur essa gravi danni. N basta: la gente del popolo era in altri tempi esempio vivissimo di fiorito e proprio linguaggio: ora che tutti i figli del popolo vanno alle scuole, dove trovano maestri, i quali insegnano spesso troppo male, quivi disimparano la lingua del babbo e della mamma, per far l'orecchio a un'altra, che non  n italiana, n francese, n turca; e cos a poco a poco si va spegnendo quella, che suol chiamarsi Fiorentinit. Prima ci era l'Accademia della Crusca, la quale appresso i letterati aveva tanta o quanta autorit; ma la Crusca odierna non ha saputo mantenersi nel grado suo, e la schiera de' suoi seguaci va assottigliandosi ogni giorno pi; n senza ragione. Essa, dimentica della propria dignit, per sostenere antichi suoi pregiudizj, si  fatta schernitrice e provocatrice di coloro che non giurano sull'ipse dixit; essa non accetta e non approva se non coloro che sull'ipse dixit giurano: essa, con l'opera eterna del suo Vocabolario, che oggimai  diventato soggetto di spasso a tutta l'Italia, ha voluto e vuol tenere i piedi in due staffe, andando a seconda un poco dell'una, e un poco dell'altra corrente; e mentre nel detto Vocabolario si veggono registrati i pi laidi barbarismi e neologismi, vi si veggono nel tempo medesimo registrati arcaismi e voci oggimai fuori di ogni uso. A questo si aggiunga il non avere un modo e una regola fissa di ortografa: il vedere contradetto qui, ci che  stato insegnato col; e a ciascuno sar facile il comprendere che fede nella Crusca presente possano aver gl'Italiani. Tutte queste cagioni, ed altre per avventura, sono pi che sufficienti a scemare nel concetto degli Italiani l'autorit di Firenze in opera di lingua. La rovina per altro non  ancor tale, che la sua autorit si abbia a rifiutare del tutto; e massimamente nella cosa del linguaggio domestico: per ogni rimanente speriamo che venga quando che sia un Ministro della Istruzione Pubblica, il quale vegga il danno e provveda.... Ma torniamo al libretto della Fattora e dell'olio.
Io, per andare sul sicuro nella compilazione di esso, ho fatto capo a persone pratiche di tali materie. La descrizione della Fattora e di ogni minima sua parte la debbo alla squisita cortesa del signor Giovanni dei marchesi Pelli Fabbrani, giovane di buono ingegno e di eletta cultura, sicch, da poche mutazioni in fuori, il lavoro pu dirsi quasi tutto suo; per la lavorazione dell'olio mi sono giovato del bel libretto sopra la Coltivazione delle Terre del Comune di Sesto, scritto dall'avvocato Ginanneschi e degnamente premiato dal nostro Comizio agrario; n ho lasciato di conferirne con altri possidenti, tra' quali primi sono il signor Giuseppe marchese Pelli Fabbrani, e il signor cavalier Checcacci, al quale debbo le notizie singolari che mi hanno dato materia al racconto delle Nozze contadinesche; ed a tutti intendo di render qui le pi colme grazie. 
Questa  la materia e il soggetto del presente opuscolo. Trover esso il favore che trov la Casa da vendere? Speriamo.
PIETRO  FANFANI.


UNA FATTORA NEL FIORENTINO E LA FRANGITURA DELLE ULIVE.
Il marchese Vincenzio R., giovane milanese, e della pi fiorita nobilt di quella magnifica metropoli della Lombarda, venne, due anni sono, per semplice diporto a Firenze; ed innamoratosi della citt, de' suoi monumenti, de' suoi incantevoli contorni, delle ubertose e liete campagne, della cortesa degli abitanti, della vivacit del popolo minuto, e, sopra tutto, della lingua, di cui  studiosissimo, ci ha preso stanza fissa; e come egli  de' pi compiti cavalieri, bello e di bella maniera, e di una istruzione non comune tra' suoi pari, cos  amato e ben veduto da tutti, n c' nobil famiglia, che non ambisca di riceverlo in casa, o giovane di buona nascita e costumato, che non faccia di tutto per essergli amico. Il signor Vincenzio alle cortese e alle mostre di affetto corrisponde cortesemente, ma senza troppo lasciarsi andare: primo perch  amico dello studio, e vuol serbarsi un po' di tempo libero per esso; poi perch, tenendo l'amicizia per cosa santa, e sapendo quanto essa  rara, e a quanti disinganni si trova chi troppo facilmente si abbandona, se con tutti prgesi affabile e compagnevole, due o tre soli ha voluto aver per amici, tra' quali primo  Giovanni F., giovane di pochi anni minore a lui e dotato anch'egli delle pi attrattive qualit: studioso anch'egli, ma senza ostentazione: non alieno dalle conversazioni e da quegli esercizj e spassi che si addicono ai giovani nobili; ma nel tempo medesimo non alieno, anzi vago di attendere alle cose di famiglia e di amministrazione. Tra Vincenzio e Giovanni per tanto si pu dire che ci sia amicizia vera: insieme ragionano delle loro cose pi intime: l'uno consiglia l'altro e l'ajuta, nelle varie occorrenze: insieme vanno agli spassi: insieme cavalcano: insieme cacciano ed uccellano. Sono tutti e due amanti dell'agricoltura; e come sono diversi, specialmente nella bassa Lombarda, dove ha i beni Vincenzio, e in Toscana, i modi di coltivazione e di colona, prevalendo l il sistema dei fittavoli, e qua la mezzera, cos spesso disputano fra loro a quale dar la preferenza; e pi spesso l'uno descrive all'altro le coltivazioni e industrie particolari alla loro provincia: e se Vincenzio descrive a Giovanni le risaje, le bigattiere, e le cascine lombarde; Giovanni dichiara a lui il modo di far l'olio, la coltivazione dei boschi e del vino; di tutto ci insomma che nella bassa Lombarda, o non si fa o non  parte principale di agricoltura; ma il Lombardo sopra ogni altra cosa ha caro il parlare delle Fattore, del modo di governarle e della coltivazione degli ulivi col modo di far l'olio. Ora avvenne che, l nell'agosto, avvicinandosi l'apertura della caccia, i due giovani proposero di andare insieme a fare una lunga passeggiata in campagna per far fare il piede a' loro cani, e anche per esercizio loro, come spesso usavan di fare; e per, levatisi la mattina a brzzico, si misero in via, n si fermarono sinch non furono a una villetta di Giovanni, lontana da Firenze un buon dieci chilometri, dove aveano fatto preparare una buona colazione. Quivi riposatisi alquanto, senza curare il caldo, si avanzarono dell'altro per la campagna, dando ordine che per le tre dopo mezzo giorno si facesse loro trovare il bagher grande attaccato, per tornare a Firenze. Quando furono andati un chilometro poco pi, alla svoltata di un colle apparve dinanzi a' loro occhi, l in mezzo a una bella spianata, un gran fabbricato con altre fabbriche attorno; e cominci tra loro questo dialogo:
GIOVANNI. Vedi, Cncio, quel vasto casamento l a mezza costa tra tutto quel coltivato?  una fattora, cio il fabbricato che serve d'abitazione al fattore, al sottofattore, al guardia rurale, alla fattoressa, e dove sono tutti i locali, e i comodi necessarj per la manipolazione e conservazione de' prodotti dei poderi che compongono la fattora, cio l'aggregato di tutti i beni rustici riuniti in una amministrazione.
CNCIO. Si potrebbe fare una passeggiata fin l?
GIOVANNI. C' un bel pezzo di strada, ma andiamovi pure. Giusto, vi conosco la fattoressa, che era mia contadina; ci far veder tutto, se per caso, come  facile, non c' n il fattore n il sottofattore, essendo oggi giorno di mercato: cos acquisterai un'idea esatta del come sono presso a poco tutte le case d'agenza delle nostre fattore.
...
...    ...
CNCIO. Come ci siamo arrivati presto!
GIOVANNI. , come vedi, un casamento isolato, d'un piano, oltre i fondi, il pian terreno e le soffitte, le quali sono per abitabili: vi  una bella terrazza coperta, o verone, dalla parte di mezzogiorno: la gronda del tetto  sporgente, per difendere dalle piogge gli intonachi e li affissi: l'altro fabbricato accanto sono magazzini, stalle; e c' anche il frantojo.
Bada, Cncio, non t'accostare troppo alla porta; vedi? c' il casotto del cane, che pu aver la catena lunga tanto da arrivare alla porta; e se ci arriva, t'agguanta: so che  mordace: eccotelo fuori: senti che abbao! che cagnaccio proprio di razza da guardia, vero maremmano!  meglio chiamar la fattoressa. - Fattoressaaa... Eccola alla finestra.
FATTORESSA. Signori! Oh guarda chi c'!... Sig. Giovanni... scendo subito. Passa a cuccia! Entrino, si vol'eglino rinfrescare? s'accomodino, venghino qua nella stanza del tinello: gli porter del vermutte, del vinsanto con de' biscotti.
...
...    ...
GIOVANNI. Grazie, fattoressa, gradiremo: oh! come son croccanti questi biscotti!
FATTORESSA. S' fatto il pane stamani....
GIOVANNI. Potresti, fattoressa, far vedere a questo mio amico la fattora? Non  toscano, e vorrebbe averne una idea.
FATTORESSA. Volontieri: mi dispiace che non ci sia n il fattore n il sottofattore; loro gli avrebber potuto dar conoscenza di tutto: il sottofattore  al mercato, il fattore  all'opre, e non torna se non a mezzo giorno sonato.
...
...    ...
GIOVANNI. Cominciamo dall'entratura. Vedi, Cncio, tutte queste panche? sono per comodo dei contadini e degli altri che vengono per fare conti o per parlare col fattore. Questa stadera grossa, col piatto di legno,  per pesare sacchi, barili pieni, insomma tutti i grossi pesi: quest'altra  la solita stadera a mano, tutta di ferro che tira... (conta) s, 40 chili, e serve per i piccoli pesi.
FATTORESSA. Questa prima porta a manca mette nello scrittojo del fattore; quest'altra dirimpetto in quello del sottofattore; e queste altre due, una di qua, una di l, mettono alle camere di tutti e due, che comunicano ciascuna dalla parte di dentro cogli scrittoj: questa porta in fondo mena alla tinaja; da quest'altra si va gi in cantina: e qui accanto c' la scala per salir su.
Non posso fargli vedere gli scrittoj, perch la chiave l'hanno con s; ma non c' nulla di particolare: tutti e due hanno il banco per scrivere, il fattore ha i libri d'amministrazione, le piante de' poderi e la cassa, che  a muro ferrata a segreto... Il sottofattore, che non ha la cassa, ha le note de' generi e le chiavi dei granaj, delle cantine, dell'orciaja, de' magazzini, tutte attaccate in fila col su' cartellino, perch lui ha la consegna di tutto.
Le camere, come vedono, sono semplicne: un letto, un tavolino, un lavamano e du' seggiole.
Se vogliono vedere prima tutti i fondi, passeremo di qui; poi s'ander su. Ecco la tinaja.
CNCIO. Che bel tinajone!
FATTORESSA. Da questa parte ci sono dodici tini di materiale, coperti a volta, colla lapida di pietra in vetta: questi altri da quest'altra parte sono otto belli grandi di legno, cerchiati di ferro: anticamente pare che li facessero sempre di materiale: ora s'adoprano, perch ci sono; ma, se s'avessero a fare, sento dire che li farebbero sempre di legno: lass sopra sono le barilaje che ora son piene di barili vuoti, colla bocca volta in gi; queste sono le gabbie che si mettono sui tini, per mettervi l'uva da riammostare, prima di buttarla nel tino: in questo scaffale a muro ci sono le pevere, le cannelle, di legno e d'ottone, per svinare; e in questi canti li scalei per salire a' tini e le bigonce; quaggi in fondo c' la porta che d sul di dietro della fattora, da dove entrano i contadini coi carri a portar l'uva; e questa accanto  la porta che mena gi alle cantine, che girano sotto la casa, fuor che qui sotto, dove non c' nulla, e nemmeno sotto l'entratura della fattora e sotto le stanze del fattore, ch l v' l'orciaja.
Che vogliono scendere nelle cantine? Aspettino; ander a prendere un lume.
...
...    ...
CNCIO. Per bacco, che bella cantina!
FATTORESSA.  la pi grande questa, e l' aperta, perch il vino  stato venduto. Sono 15 botti per parte: le pi piccole tengono 12 barili, e queste prime sono di 40. Queste altre due cantine sono pi piccole; ora son chiuse con questi cancelli di legno, perch c' sempre il vino: le sono pi fresche di questa; il vino matura pi tardi, e per questo  l'ultimo a vendersi.
GIOVANNI. Dunque bisogna tornare indietro.
FATTORESSA. S signore. Li condurr all'orciaja, e anche quella  chiusa; ma si vede benone, perch  luminosa. La porta, vedono, ha due feritoie fatte per dar solo alla stanza, e perch si possa vedere, passando, se tutto  in ordine, senza aprire.
GIOVANNI. Vedi, Cncio? non  tutta sotterra; la finestra comparisce nel rigoglio della volta:  tanto sotterra da conservare, press'a poco una uniforme temperatura, e c' luce quanto  necessaria per non aver bisogno di lume come per le cantine.
FATTORESSA. Tutti i coppi sono dell'Impruneta: quella terra l bisogna lasciarla stare, perch  la migliore di tutte: hanno il loro coperchio di legno, e ci sono due orcioletti fatti mezzo a orcio e mezz'a vaso, per posarci il nappo, l'ombuto, la fiasca, tutte le volte che hanno servito per imbarilare e mutar l'olio, altrimenti si farebbe colaticci in terra. Giro giro alla parete sul palchetto ci sono bottiglie di vini scelti, fiaschi di vin santo, di vermutte, saponi per i bucati.
L'impiantito pende da tutte le parti nel mezzo; e l v' una lapida con un orcio sotto, per il caso che qualche coppo si rompesse.
GIOVANNI. Passando di qui, ci si ritrova nell'entratura, eh?
FATTORESSA. Lustrissimo s; ma prima si passa dal chiaritojo. Vedono: in tutte queste conche si mette, appena fatto, l'olio a chiarire, e ciascun contadino ha le sue, e dopo chiarito si partisce, perch padrone e contadino abbia la su' met. Allora il padrone si paga con olio, del lacero degli arnesi necessarj alla fattura, prendendone mezzo fiasco a barile, e que' mezzi fiaschi si chiamano i conj.
...
...    ...
Ora li porter ne' granaj; e anche questi li possono veder bene dalle feritoje, che sono a tutte le porte, perch le stanze siano ventilate: in questa c' tutto gran gentile, in quest'altra gran grosso.
In quest'altra c' il gran per seme che ogni anno si rif colla vagliatura, scegliendo il pi bello.
GIOVANNI. Quello  il vaglio a scaletta: nella tramoggia si butta il grano quando vien dall'aja, a raccolta: corre gi gi per il reticolato di ferro, e il vanume e i semi pi piccoli, che non sono di grano, passano a traverso, e arriva in fondo solamente il gran buono.
CNCIO. E queste feritoje in fondo alle porte, e quelle canne infilzate ne' monti del grano?
FATTORESSA. Queste sono le gattajole; ch se no i topi lo finirebbero, se non ci potessero andar sempre i gatti; e le canne ci si tengono per assicurarsi che il grano non sia riscaldato, perch, se si sentisse la punta un po' calda, si distenderebbe, e si rivolterebbe subito, perch non ribollisse. Vogliono vedere il frantojo?
GIOVANNI. S, brava; ma mi dispiace che abbiate tutto questo incomodo.
FATTORESSA. Oh! no signore, che dic'ella? Bisogner per uscir di casa, perch il frantojo  nella fabbrica di faccia, dove sono anche i fienili, la rimessa, le stalle, i magazzini del legname da lavoro, come sarebbe, doghe, correnti, piane, dopo che sono state attorrate a stagionare un par d'anni all'aria aperta.
...
...    ...
GIOVANNI. Ecco il frantojo: vedi? sono due macine, una a acqua, una a manzo.
FATTORESSA. Questa a acqua  quella che si adopera sempre, perch si fa pi lavoro e non s'affatica le bestie; ma quando l'invernata riesce poco piovosa, e c' poc'acqua, e quando c' molte ulive, allora s'adoprano tutte e due; e cos le si frangono tutte fresche, e l'olio vien tutto perfetto. Anche questa, che  a manzo, gira lesta, perch con quella ruota che  lass, nel tempo che il manzo fa un giro, la macina ne fa otto.
GIOVANNI. E questi, vedi Cncio? sono quattro strettoj, tutti con lucerne di pietra, le viti, le madreviti sono di noce, le cosce di quercie purgata, fortificate con paloni di ferro, che serrano insieme lucerna e madrevite, in modo che fanno resistere l'ordigno alla grande pressione della vite, la quale  fatta girare colla forza di quattro uomini, aumentata dalla leva e dall'rgano.
Vedi queste gabbie di legno cerchiate di grossi ferri tutte bucherellate? qui si mettono le ulive macinate per premerle. Possono tali gabbie essere anche tutte di ferro, com'anche possono adoprarsi invece delle une e delle altre, le brscole.
Lo sai come si fa a far l'olio?
CNCIO. No, ed ho piacere se me lo dici, per sapere con esattezza come si manifattura qui, dove lo fate tanto buono.
GIOVANNI. Ecco: prima di tutto si fa a freddo, e questo lo sai che cosa vuol dire, avendone spesso parlato insieme: non si tengono cio ammontate le ulive innanzi di frangerle: si mettono le ulive appena brucate sotto le macine, le si frangono poco, cio tanto che siano tutte rotte, e si mettono in qualche gabbia, o di legno a sli alti 25 o 30 cent., separati l'uno dall'altro con stoni di crino o di giunco, o di tessuto di lana, che si dicono pannelli; cos, piena la gabbia, la si carica con tre o quattro toppi tondi di legno, che entrano esattamente nella gabbia, e su queste pigiando la vite che gira, si viene a premere le ulive. Innanzi per di premere colla vite, si raccoglie l'olio che esce per la sola pressione del peso della pasta su se stessa e de' toppi; e quest'olio  quello che si dice olio vergine. Raccolto questo, si preme colla vite tanto quanto la pu far girare la forza di due uomini con una piccola stanga; e lasciato una mezz'oretta fermo lo strettojo, perch n'esca tutto l'olio, che  spremuto con quella moderata pressione, si leva tutta quella pasta e si rimette sotto la macina, e si rifrange di nuovo, per disfare interamente tutta la polpa dell'uliva. Cos rimacinata, si rimette sotto lo strettojo e si stringe di nuovo. Questa seconda volta si adopra tutta la forza possibile, cio con una grossa stanga mossa da verricello, cui si attaccano quattro uomini. Finita questa seconda stretta, si torna una terza volta a rimettere la pasta sotto la macina, si ristringe di nuovo; ma questa volta mettendola nelle bruscole, che ora tu vedi lass infilate in un palo, sospese per aria, affinch non si insdicino, n sieno danneggiate dai topi: se ne empiono 7 o 8, e soprapposte l'una sull'altra, si stringono. Durante la stretta, fatta col maggior possibile sforzo, si inaffiano con acqua calda per portar via quanto pi olio si pu; questo esce torbo pi dell'altro, e un po' inferiore per bont, ma  sempre un buon olio.
Da questa pasta tre volte stretta, e che si chiama sansa, perch ridotta a poco pi che a' nccioli e alle bucce, si leva dell'altro olio, che  quello cos detto lavato: ma per questa operazione ci vuole un opificio speciale, che qui non c', e che si chiama lavatojo delle sanse.
Eccoti finita la descrizione.
Qui davanti a ogni strettojo c' una buca aperta con questa bdola di legno; e dentro c' una conca o un tinello, nel quale (ammezzato d'acqua) cola l'olio, e col nappo, a mano a mano che  pieno, si raccoglie e si mette a chiarire. A fin di lavorazione tutta la poltiglia caduta in fondo all'acqua, si getta, insieme con acqua, nella buca, e per un canale va nel cos detto inferno, che  una specie di cisterna fuori del frantojo; l a stagion buona, tra per il caldo e per il rimescolarla, l'olio che viene a galla, si raccoglie, e questo  l'olio cos detto d'inferno, che puzza, ma che pur si vende per uso di alcune grossolane industrie.
FATTORESSA. In questo canto  il focolare della caldaja, dove si scalda l'acqua che serve per innaffiare le bruscole; il contadino che frange ci frigge la polenda gialla, ci cuoce il baccal, o vi rosola il cavolo o i broccoli di rapa per desinare e per cena; e vi abbrustolisce a fette il pane, che mangia per merenda, condito coll'olio tale quale esce dallo strettojo, dandogli un po' d'odore con una fregatina d'aglio. E questa chiamano la panzanella.
GIOVANNI. Tu sentirai, Cncio, com' buona la fett'unta.
FATTORESSA. Se vogliono salire sopra, possono vedere il palco dove i contadini portano le ulive appena brucate, e le distendono.  tutto di legno, grande quanto tutto il frantojo: le finestre ci sono da tutte le parti, per tenere aperte quelle che accomoda pi, secondo la stagione: perch d'inverno piove o nevica a vento, ora di qua ora di l, che non ci si ripara: da queste due tramogge, che corrispondono sopra alle due macine, si buttano le ulive gi nel piatto della macina per mezzo di questa calza di panno canapno, che  attaccato alla tramoggia.
GIOVANNI. Ogni macinata, cio piatto pieno,  di 12 bigonce, non  vero, fattoressa?
FATTORESSA. S, signore.
GIOVANNI. Cio 18 staja, che sono circa 450 litri.
FATTORESSA. Qui a mezza scala c' una stanzetta, dove il fattore o il sottofattore e il frantojano possono stare per riposarsi e sorvegliare il lavoro, senza esser visti, dalla persiana della finestretta che d nel frantojo.
GIOVANNI. Il frantojano  il capoccia della lavorazione, e per questa opera  pagato con una mezzetta d'olio per ogni dodici bigonce d'ulive, o anche con una mercede di 56 cent. per ogni 24 ore di lavoro, a carico uguale del padrone e del colono, il quale per di pi deve somministrargli il vitto.
FATTORESSA. Qui accanto  la rimessa, la stalla; e sopra, la camera del guardia, dell'omo di fattora, e altre stanze per alloggiarvi chi si trova a trattenersi per interessi.
CENCIO. Com' tutto tenuto in ordine! Il calesse, il bagher, i finimenti, tutto pulito; l'armadio per riporveli, la bussola, la striglia, il bruschno, le fruste: bello questo buon carrubbio! come schiocca bene! bigoncili, gattuccio, la leva per lavare i legni: e anche la stalla com' ariosa e calda! e la posta chiusa a chi serve?
FATTORESSA.  per il cavallo da sella del padrone per quando vien qua; e ci viene spesso, o per vedere i lavori, e due o tre volte l'anno ci sta fisso 5 o 6 giorni, e allora visita tutti i poderi e i boschi.
Tutto il resto del fabbricato non comunica internamente con tutta questa parte che gli ho fatto vedere: l c' i magazzini e i fienili.
Vogliono tornare in fattora? Potranno vedere le stanze delle frutte, de' caratelli.
GIOVANNI. S, eccoci, davvero.
FATTORESSA. In questa stanza, su tutti questi palchettini, strette strette sono distese per benino, in modo che non si tocchino, le frutta scelte, da portarsi a' padroni; in quest'anditno si tengono i caratelli de' vini scelti, come vedono giro giro al muro in due file, tutti col su' millesimo; e ci si mettono anche attaccati al palco i prosciutti che ogni anno si salano in fattora, per consumo dei padroni quando vanno in villeggiatura. In quest'altro stanzinetto quasi bujo, perch si conserva meglio, ci sta l'uva da tavola per i padroni.
CNCIO. Che magnifica salamanna! Vi contentate, fattoressa, che ne stacchi un gracmolo.
FATTORESSA. Padrone, si serva.
GIOVANNI. Bravo! un gracmolo? mi pare che tu n'abbia preso un grappolo, e grosso bene.
CNCIO. Oh prendine uno anche tu: si dir a Pietrno che gli s' finita tutta la su' uva.
GIOVANNI. No, no, sii un po' discretino.
...
...    ...
FATTORESSA. Ora li condurr sulle terrazze:... in questa pi interna, chiusa con un graticolato di ferro, ci sono i castelli delle stoje e i graticci per gli scelti, che servono per governare il vino, e per fare i vini di bottiglia; e al su' tempo la si adopra per fare i bachi, chiudendo il graticolato con una finestra provvisoria, e riscaldando la stanza con una stufa di ferro portatile, che serve anche ne' gran freddi a riscaldare l'orciaja. Quest'altra terrazza, pi aperta, e tutta a mezzogiorno, serve per tanti usi; e poi fa un gran comodo per tendervi il bucato quando si dnno quelle giornate piovose e dolche senza sole che la roba non asciuga: e qui esternamente su queste mnsole di ferro si posano le assi colla roba fine stirata e manganata, perch si asciughi al bel sole.
...
...    ...
GIOVANNI. Andiam a veder l'orto: so che lo tenete tanto benino, e che ci avete d'ogni ben di Dio.
FATTORESSA. Volentieri:  piccino, perch non c' grand'acqua; ma c' tutto quel che pu abbisognare per la fattora: o che per un po' di cavolo, dei pomidori e un po' di insalata, e qualche altra cosuccia, s'ha da mandarle a comprare?
GIOVANNI. Ci avete per anche de' bei fiori! Che belle viole! che bel giranio odoroso! che bei gelsomini! che bella pianta di amorino!
FATTORESSA. Gnors, per fare ogni tanto un mazzolino alla padrona, e per portarli in chiesa alla Madonna i giorni di festa. Ora poi non avrei da fargli veder altro.
GIOVANNI. Che! manca qualche altra cosa, e anzi il pi e il meglio.
FATTORESSA. Sarebbe a dire.
GIOVANNI. La cucina!
FATTORESSA. Vuol vedere anche la cucina?
...
...    ...
GIOVANNI. Davvero: in campagna l' la pi simpatica delle stanze, specialmente questa. Vedrai, Cncio, bella grande, col gran caminone nel mezzo. Vi ricordate, Fattoressa, che belle fiammate ci s' fatto quest'inverno quando si tornava col vostro padrone da caccia, fradici mezzi? E anche quando tiravano quei brezzoni, che belle chiacchierate ci s' fatto tutti giro giro nel canto del fuoco?
Che odorno che sento! Voialtre Fattoresse avete l'arte, di fare certi borbottini saporiti da far invidia a' cuochi di cartello; che ci avete in questa bastardella?
FATTORESSA. C' un piccioncno a rosolare, e in questo tegame c' dei cannelloni, che, messi insieme al piccione, fanno tutt'un piatto, e questo  il nostro desinare con un po' di minestra. Se restano anche loro, allora si mette in tavola anche il lesso, che si sarebbe mangiato a cena, con due peperoncini in aceto; fo tirare il collo a due pollastrini che si fanno arrosto; e gli colgo un po' di lattughina tenera con due odorni per insalata.
GIOVANNI. E, anche poi il su' cacno, le su' belle frutta; non  vero?
FATTORESSA. Di certo.
GIOVANNI. Assicuratevi, cara fattoressa, che  un gran sacrifizio per noi, e che si fanno de' gran peccati di gola a non rimanere; ma oramai s' promesso a casa di tornare a pranzo, e non se ne pu fare a meno.
FATTORESSA. Ma davvero non vogliono restare? Mi dispiace proprio, e sarebbe per l'appunto l'ora:  sonato mezzogiorno da un pezzetto, e il fattore deve essere l l per tornare.
GIOVANNI. Mi rincresce pi a me; ma oramai...
CNCIO (nell'orecchio). Si resta? Credi, tutta questa roba mi fa gola, e poi ho un appetito...
GIOVANNI (nell'orecchio). Questa volta bisogna farla colla voglia.
CNCIO. Proprio?
GIOVANNI. Proprio davvero. Ma guarda che bella cucina, bella battera, che bei rami lustri, quante pentole! Ce n' di tutte le grandezze: tutte ornate d'alloro. Ma quel che  bellissimo, guarda il camno con tre belli architravi di pietra, e quello di mezzo coll'arme del padrone, retto da queste due svelte colonnette: e queste cassapanche sotto, che bei sonni ci ho stiacciati quest'inverno! Vedi: qui dietro il focolare c' il forno per il pane, e poi un altro forno pi piccino per farvi le stiacciate colle uova, le bocche di dama, la pasta reale. Tu sapessi come la Fattoressa  brava per tutte queste cosne ! Guarda che bell'acquajo colla sua nicchia tutta di pietra, la piattaja, la sua bandinella: e accanto la stanza del pane, la madia, il buratto, le paniere per le paste, la cassa per la farina, quella per la crusca, il bigoncioletto per il sale, la credenza; il marmo per tirare la pasta;  vero, fattoressa?...
FATTORESSA. S, signore: e questa  la moscajola per serbarvi l'avanzato del giorno innanzi.
GIOVANNI. Com' tutto tenuto in ordine!
FATTORESSA. Ma, a proposito, non gli ho fatto vedere la guardaroba, la stanza da stirare. Di quella me ne tengo.
...
...    ...
GIOVANNI. O dove sono?
FATTORESSA. Sono su, accanto alla mia camera.
GIOVANNI. Vediamole, giacch c' ancora un'altro po' di tempo... Che belli armadj!
FATTORESSA. Questa, vedono,  tutta bianchera fatta dalla buon'anima della padrona morta: faceva filare il lino e tessere a su' mano: guardi che belle operne: e questi asciugamani come sono manosi, col su' pnero: li univa e li annodava tutti da s la sera a conversazione la padrona, quand'era in villeggiatura: ora non se ne fa pi di questa bella roba! Gi,  anco vero che non torna pi conto, perch ne vien tanta della bella colle macchine e costa tanto poco! La dura anche meno per...
GIOVANNI. E questa  la tavola da stirare?
FATTORESSA. S, signore; e quest'a muro  il fornello per scaldare i ferri o la cucchiaja; e questo  il mngano.
GIOVANNI. Brava fattoressa! come tenete tutto per benino! O la vostra camera?
FATTORESSA. Oh! che vogliono vedere anche la mia camera?
GIOVANNI. S, perch m'immagino che sar tutta linda. Vedete, di fatto, bel lettone, la su' bella federa, la bella coperta bianca.  a crosc? ve la siete fatta da voi?
FATTORESSA. Gnors.
GIOVANNI. Il suo bel cassettoncino, la spera, il quadretto della Madonna col lumicino acceso! Dite, o non avevi con voi una vostra nipotna?
FATTORESSA. S, signore; ma  a far la Pasqua a casa sua, e non torna che tra 4 o 5 giorni.
GIOVANNI. Tenete: compratale un panierno da lavoro e uno sciallno.
FATTORESSA. Ma, sor Giovanni, che le pare! Non si stia a incomodare. Ma restino da noi, si facciano coraggio:  vero che farebbero un brutto baratto; ma...
GIOVANNI. Grazie, si starebbe benone; ma proprio bisogna che se ne faccia di meno; e anzi s' fatto un po' tarduccio, e bisogna andar via. Addio, salutate il fattore.
CNCIO. Addio, fattoressa, scusate l'incomodo.
FATTORESSA. Ma che! m'hanno fatto una grazia.
...
...    ...
GIOVANNI. Che ti pare, Cncio, di quella fattoressa? Com' per benino! E sai?  cos perch su' padre ha fatto con lei come con tutti i suoi figliuoli, che son venuti su proprio bene: li ha voluti vedere prima di tutto crescere buoni e morali (e la su' povera moglie, un fior di donna, lavoratrice, proprio tutta da casa, era come lui); e poi quando s'era assicurato che erano avviati bene, allora li mandava a imparare a leggere e scrivere, a istruirsi a scuola; perch diceva "se imparano a leggere innanzi di saper la dottrina, e prima ch'abbian preso buone pratiche, mi tornano con certe storiaccie che vendono i ciarlatani su per le fiere, e l v'imparano ogni sorta porchere e mi diventan forche."
CNCIO. Faceva benone! prima educare, poi istruire. Il male  che ora si fa a rovescio, anzi peggio: s'istruisce e non si educa; e difatti anche nelle campagne da certi ragazzcoli che non hanno rasciutto il latte su denti si fanno discorsi e si cantano canzoni... si cantasse solamente!.. e hanno per le mani tanti libracci... basta...
GIOVANNI. Pur troppo: ma della buona gente ce n' sempre: pensiamo noi a dar buoni esempj coll'aver buoni dipendenti. Il bene ha da vincere il male; e se per una parte c' qualche guajo, per l'altra il bene fa la sua strada; e i cattivi ogni giorno pi si veggono scornati: quel che ,  che bisogna aver coraggio, e saper tener fronte a certi andazzi che sciupano la buona morale.
Aveva Giovanni finito appena queste parole, che torn il fattore mezzo trafelato, il quale come vide i due giovani signori gli salut garbatamente, e si profferse tutto al loro servigio; ma essi, dettogli che tutto avevano veduto, lo ringraziarono, confortandolo a raffrescarsi un poco, per andar poi a mangiare quel ghiotto desinarno che la fattoressa gli aveva preparato. Anche il fattore preg i giovani che rimanessero l a mangiare un boccone; ma essi ripeterono a lui ci che avevano detto alla fattoressa: ringraziarono amorevolmente, promettendo di tornarci un'altra volta, e si avviarono per tornare a Firenze. Di poco si erano allontanati, che Vincenzo signific all'amico la soddisfazione dell'aver veduto con tutto agio quella fattora toscana; ma aggiunse ch'egli era rimasto con la voglia di sapere qualche cosa di pi circa alla lavorazione dell'olio; e Giovanni gli disse:
"Non ti sgomentare: il mio agente di citt  praticissimo di questa materia: ha ascoltato per molto tempo anche le lezioni del Marchese Ridolfi; e se vieni da me, potrai saper da lui ogni tuo desiderio."
Cos d'un discorso in un altro, arrivarono a Firenze all'ora del desinare; e si lasciarono con la promessa che tra due giorni il signor Vincenzo sarebbe ito a casa dell'amico a far colazione, per poi farsi insegnare dall'agente ogni particolare della coltivazione dell'ulivo e del modo di far l'olio.
Il signor Vincenzo fu puntuale: scoccava mezzogiorno, ed egli entrava nel palazzo di Giovanni, che l'aspettava; si misero a tavola dopo poche parole, dove furono cose squisite cos di cibi come di vini, ma senza vano lusso. Finito il digiun, Vincenzo ramment la promessa dell'ulive e dell'olio. Allora Giovanni mand a chiamare l'agente, il quale gi era informato di tutto; accesero un sigaro; e seduti in cerchio tutti e tre, dopo poche parole di complimento, Carlo (cos chiamavasi l'agente) cominci:
"Il signor Giovanni vuole che oggi io mi metta a fare una lezione alla Ridolfi; e bench non sia nemmen degno di scioglier le scarpe a quel bravo signore buon'anima, alle cui lezioni andai per tanto tempo, nondimeno per ubbidienza mi prover. Le badino: i' parler pi per pratica che per teorica, e non iscapiteranno di molto, perch tra tanti che oggi scrivono di agricoltura i' ne conosco pochni, ma pochni bene, che non dicano spropositi da can barboni, perch i pi si mettono in testa che si possano dettar leggi di agricoltura stando a tavolino. Circa alla coltivazione delle ulive, e al modo di far l'olio, ne ha parlato assai bene a questi giorni l'avvocato Ginanneschi, e da lui mi far oggi prestar le parole. Ma le sntino: a voler leggere un trattato veramente bello e dettato dalla buona pratica, e scritto proprio da maestro, e' bisogna legger quello che scrisse Pietro Vettori pi di trecento anni fa. Io dunque non far altro oggi che accennare brevemente le parti principali di questa materia.
L'ulivo comune nella specie coltivata si distingue in moltissime variet, di cui non  qui opportuno il fare la enumerazione, perch non vo' fare un trattato sulle variet e sulla sinonima di questa utilissima pianta.
Io parler solo delle variet coltivate nella fattora del signor Giovanni, le quali sono:
Il MORINELLO, che occupa la pi gran parte di queste coltivazioni(1).
Segue in proporzioni minori il COREGGIOLO.
E quindi il MORCHIAJO in proporzione sempre pi decrescente, ponendosi qualche studio, almeno nelle nuove piantagioni, ad escluderlo possibilmente, come mal rispondente alle cure del coltivatore.
Finalmente il ROSSELLNO ed il LECCNO; ma questi in proporzione assai piccola; e solo ne ho veduto in una certa copia in due o tre poderi tra quelli che ho avuto agio maggiore di visitare.
Vi si trova poi qualche pianta di variet gi indicate dal Tavanti, parlando di quelle coltivate a' suoi tempi nei territorii di Sesto e di Castello, col nome di ALLORNO e di SPAGNUOLO; e pi una variet a frutto abbondante, riunito a grappoletti, e che quei contadini, i quali ne possiedono alcuna pianta, chiamano TOPNO, quasi ad indicare che le ulive son piccole come gli escrementi di un topo. Non avendo potuto ritrovare qua l'ulivo mignolo indicatovi dal Tavanti, potrebbe forse credersi che il nuovo nome sia succeduto all'antico, tanto pi che le ulive mignole sono dal Tavanti comprese tra le fusiformi, alle quali pure appartengono le topne.
Oltre queste variet destinate alla produzione dell'olio, si trovano in varj possessi alcune piante di ulivo a frutti pi o meno grossi, conosciuti sotto il generico appellativo di ulive da indolcire.
Uliveti, propriamente detti, cio estensioni di terra ove le piantagioni vengono costituite da ulivi soltanto, non esistono in questi luoghi, ove l'ulivo trovasi sempre associato alle viti e ad altre piante da frutto.
Usasi moltiplicare per uovoli. Scelti questi, per lo pi da vecchie ceppe di ulivi che si condannano, si pongono al piede di qualche muro a buona esposizione, ove si fa un orticno ben vangato ed arricchito di ben vecchio letame. In questo orticno, che dicono la posticcia, e dovrebbe chiamarsi il vivajo, si pongono gli uovoli l'uno accanto all'altro, in modo che anco si tocchino. Si cuoprono di terrccio, sopravi letame stagionato, e si inaffiano spesso. Quivi gli uovoli fanno i loro getti, che in un anno posson crescere dai 35 ai 50 centim. L'anno seguente si cavano dalla posticcia; si lascia un solo, e, come ognuno ben comprende, il migliore dei getti; e si collocano nella piantonaja alla distanza di 50 a 60 centimetri per ogni verso. In seguito si raccomandano con discrete legature ad un sostegno.
Pochi per sono i possessi nei quali si usi questa industria, ed anco alcune Fattore tralasciano una diligenza di tanta importanza, e sono costrette di ricorrere altrove per l'acquisto dei piantoni, che cos chiamansi le giovani piante di ulivo, allorch son giunte alla necessaria grossezza per potersi porre nel campo a dimora stabile.
Quanto dannosa sia una tal negligenza, credo prezzo dell'opera di brevemente accennare. Non havvi casa padronale, o colonica, presso la quale non rimanga inoperoso un qualche pezzetto di terra. Zappato questo profondamente, o vangato, siccome dicesi, a due puntate, pu servire di piantonaja, considerando che cento piantoni non occupano se non uno spazio di circa venti metri quadrati. Or cento piantoni valgono da L. 120 a L. 150; e se tengansi puliti dalle erbe spontanee che gli rubano l'alimento, se abbiasi cura di tenerli ben raccomandati ad un sostegno, puliti con regola e difesi da ogni danneggiamento, potranno levarsi dopo tre anni. Qual terra pu fruttare altrettanto?
 da osservare inoltre, che i pochi che si dedicano a questa industria sono ortolani e giardinieri. Quindi coltivano i giovani ulivi in terra bene sciolta e ricca d'ingrassi; e per renderli di pi bella vegetazione, oltre alle irrigazioni che lor somministrano ad ogni creduto bisogno, li governano con pozzo nero, che li rende vigorosi, lisci, sugosi ed oltre modo appariscenti, sicch facilmente il contadino, e anche il fattore; rimangono ingannati da tali apparenze fallaci; poich, trasportati a stabile dimora, in terra tanto pi magra e selvatica, siccome  quella del campo, e privati interamente degli adacquamenti e delle altre carezze dell'ortolano, sogliono, non solo intristire e rimanere per alcuni anni stentati ed infermicci (che i contadini dicono friggere), ma seccansi eziando, ed alcuna volta in una spaventevole proporzione. Ed io stesso ho veduto in un podere di collna seccarsi nel primo anno 30, di 31 ulivi piantati da un fattore. Del che, se per un lato dovevasi accagionare la qualit troppo frolla dei piantoni, per l'altro derivava anco dai poco diligenti lavori fatti per preparare la terra destinata a riceverli, avendo fatto le formelle, e ben piccole, in vecchie fosse, gi riempiute da oltre trent'anni.
Del resto, senza voler qui trattenermi sui lavori coi quali si prepara la terra, perch generalmente si collocano nelle fosse destinate al contemporaneo piantamento delle viti, non debbo lasciar di notare un errore quasi generale, nel quale vedo cadere ostinatamente la maggior parte di chi pone in terra qualunque novella pianta, e si  quello di piantare troppo profondamente. A me non  riuscito di remuovere un tale da quest'uso erroneo, mentre faceva porre in una fossa da viti dei piantoni che venivano sotterrati sin 22 soldi di braccio toscano (0.m 64) oltre il colletto delle radici, dicendomi che, se non fosse utile piantar profondamente, sarebbe stata inutile la profondit della fossa! A tal riflessione inattesa, mi persuasi io, che era inutile qualunque tentativo di persuader lui, e feci quello che doveva aver fatto innanzi: proseguii la mia passeggiata.
Posti dunque i piantoni e legati con pi legature ad un forte palo, non si toccano per alcuni anni, ma si vangano al piede in occasione della vangatura dei maglioli. In progresso di tempo si potano, e di quando in quando si concimano: ma queste due operazioni lasciano molto a desiderare.
Abbiamo veduto di sopra, come non sia raro il caso che nel medesimo campo si semini grano per molti anni di seguito. Allora  ben lontano che si pensi a governare gli ulivi: o si fa solo a qualche ulivo che grida fame da farsi sentire anco ai sordi. In tal caso (e questo  il comune errore che dovrebbe farsi sparire) si fa una piccola buca al piede dell'ulivo, e vi si getta un paniere di letame di stalla o altro che si abbia a mano; vi si pigia dentro e si cuopre di terra. Se in quel campo tocca il rinnuovo, allora si governano meglio, perch intorno agli ulivi si spande maggior quantit di letame che nel rimanente del campo, e si vanga sotto. Ma ancor qui nasce un danno, perch, vangando profondamente intorno agli ulivi, che da molti anni non hanno avuti lavori profondi, ne soffrono assai, siccome a tutti  noto, per la distruzione di una quantit di barboline, che queste piante avevano avuto agio di mettere a fior di terra: e solo in questo caso si liberano da quel cespuglio pi o meno folto di rimessiticci, che l'ulivo suol gettare dal colletto, i quali spolpano ed intristiscono la pianta colla loro vigorosa vegetazione. Operazione che, oltre ad esser comunemente troppo ritardata, vien male eseguita, perch non si levano cotesti rimessiticci con taglio ben netto, ottenuto con arnese adattato; ma s strappano a mano, o si percuotono coll'occhio della marra, producendo scabre ed informi ferite, che male rimarginano; e molte volte nello strappamento il rimessiticcio si tronca, e rimane il mozzicone, o zincone (siccome lo chiamano), a continuare il dannoso assorbimento dei succhi, dei quali vien impoverita la pianta.
La potatura  trascurata e mal fatta anzi che no.
Il contadino, quando pota, sembra non abbia altro pensiero che quello di provvedersi di legna. Ognuno ben sa, avvenire alcuna volta, che una pianta abbia talmente sofferto per qualsiasi accidente, da richiedere tagli ed amputazioni straordinarie, affine di rinnuovarne affatto la chioma. Questa, che  una rara eccezione, per il contadino  la regola.
Quello che generalmente suol farsi bene,  la raccolta delle ulive. Ed oggi che s'incomincia a far molto meglio l'olio, di quello che facevasi non molti anni indietro, la raccolta si fa con maggiore accuratezza; e meglio si farebbe, ed otterrebbesi olio pi fine, se alle altre cure si aggiungesse quella di far la raccolta un poco anticipata. Colla quale avvertenza si otterrebbe ancora che l'ulivo, meno affaticato, avrebbe pi facile opportunit di mignolare e di mignolare pi sollecito; ossia si conterebbe un maggior numero di anni fecondi di questo ricco prodotto. Pure sar difficile il vincere la repugnanza a sollecitare questa preziosa raccolta, ritenendosi, non solo dai contadini, ma, per facile equivoco, anche da alcuni scrittori celebrati in queste materie, che tal sollecitudine sia troppo dannosa all'interesse del coltivatore, esagerando in principal modo lo scapito per la minor quantit di olio che si otterrebbe con questo sistema. Scapito che in realt non esiste, siccome  facile dimostrare.
Egli  invero un fatto di certezza indubitata che la massima quantit di olio esiste nell'uliva al momento della perfetta maturit; ma  anco indubitato che questa maturit perfetta non si verifica se non allorquando l'ulivo (pianta non indigena presso di noi, ma solo abituata al nostro clima)  giunto al tempo della nuova mignolatura, e cos tra il terminar di marzo ed il principiar di aprile; ed il segnale di questa si  lo staccarsi dell'uliva dalla pianta spontaneamente, od al pi piccolo urto.
Per, innanzi di giungere a questo punto massimo di oleosit, l'uliva passa per diversi gradi, secondo i quali  pi o meno pingue di questo squisito succo.
Allorch  giunta alla compiuta grossezza, ma non ha incominciato a variar colore, ed  pur sempre decisamente verde, contiene emulsione, dalla quale a fatica possono separarsi le piccole particelle d'olio che vi stanno nascoste: possiede olio in quantit notevole allorch ha preso una tinta rossastra o giallognola, secondo la variet alla quale appartiene: finch, giunta all'ultimo grado di maturit, le cellule tutte a ci destinate sono piene di olio. Secondo il Gandolfi, il quale sul finire del secolo passato tent questi esperimenti con ulive del territorio di Roma, la proporzione dell'olio in questi tre stati sta come 2: 4: 5.
Altri ha fatto consimili prove; ma i resultati sono stati cos variati e diversi, che forse su tal proposito, dovremo ricorrere a pi attenti, e ben anco a pi semplici esperimenti, senza punto occuparci di fissare un criterio relativo alla qualit dell'olio, poich, secondo alcuni, il ritardo nella raccolta e nella frantura delle ulive, oltre a darne quantit maggiore, lo d anco di miglior qualit! Sulla quale ultima asserzione mi dispenso dallo spender parole, perch ad ognuno certamente ricorre alla memoria qualche aneddoto atto a far sorridere la brigata.
Ora, se si prendono in giusta considerazione le cagioni tutte di danno che, indugiando la raccolta, possono sopraccogliere le ulive, cio gli uccelli, le acque, i geli, ec., credo che facilmente, e senza scendere ad altre considerazioni economiche pur di molto peso, debbasi venire nella persuasione che si otterr un pi abbondante compenso, usando una prudente sollecitudine nella raccolta.
Questa si fa cogliendo le ulive a mano, che dicono brucare: innanzi per si raccolgono (si ravviano) tutte quelle che son cadute prima della brucatura; e di queste, per il solito, si fa una macinatura da per s, quando la quantit lo permetta; altrimenti si serbano per macinarsi colle sanse delle ulive brucate.
In ogni infrantojo, volgarmente fattojo, si trovavano alcune divisioni dette CANTI, ove si ammontavano le ulive e si trattenevano alcun tempo perch riscaldassero. Oggi da alcuni infrantoi questi canti sono spariti, ed  sperabile che si tolgano affatto per ogni dove; e si otterr, se potranno persuadersi i contadini, i fattori, i padroni che non c' assolutamente perdita nella quantit, e c' guadagno nella qualit.
Le ulive adesso da alcuni, ma sono pur sempre pochi, appena colte si frangono, o si stendono sopra tavolati apposta, ad un'altezza di pochi centimetri, e di quando in quando si razzolano perch non riscaldino. Altri, ed in maggior numero, le tengono pi o meno ammontate sui pavimenti senza mai razzolarle, per lo che, se ne venga trattenuta la macinazione, si sviluppa un principio di riscaldamento, che produce lo stesso effetto dannoso sulla squisitezza dell'olio.
Si usano macine di alberese (calcarea compatta) scannellate o lisce, collo scopo di non ischiacciare i noccioli; il che si crede per alcuni che influisca sulla quantit, per altri sulla qualit dell'olio, o sulla sua conservazione; errori tutti popolari, prodotti forse da accidentalit, che la plebe ignorante ha ridotto a regola generale. Queste macine son mosse da forza animale, e qua si adopera un manzo.
Gli strettoj son quelli da vino, di ferro o legno. Alcun ricco proprietario, in questi ultimi anni, ha introdotto, il torchio idraulico, dal quale  da notarsi che per ora non si ottengono felici resultati, poich mi consta che le sanse rimangono assai pi ricche d'olio, di quelle che avanzano agli strettoj comuni: il che potrebbe credersi derivare dalla poca pratica nell'uso del nuovo torchio, se non ci fosse fondato argomento a credere, che ci dipenda da una malintesa contrariet alla introduzione di usi e macchine nuove. Son contrariet che coll'andare del tempo spariranno; ma oggi ci sono, e solo conviene che i padroni invigilino, e non si scoraggiscano, n si lascino vincere dalla opposizione ignorante.
Le pasta delle ulive, uscita di sotto l'azione della macina, si ripone in gabbie, da altri dette bruscole, formate per il solito cogli steli di una qualit di giunco ammaccati e ravvolti in cordoncini, che a due a due si torcono insieme, a farne funicelle, che poi addoppiate, si intessono in maniera da formare due dischi del diametro di 0.m 60, circa, riuniti nel loro contorno, ed aventi ciascuno nel centro un'apertura circolare, chiamata bocca, la quale per mezzo di un canapetto, che s'infilza nelle maglie lasciate a quest'uopo, pu essere diminuita, o ingrandita secondo che occorre.
Queste gabbie, in numero da sette a nove, vengono collocate l'una sopra l'altra sulla lucerna dello strettojo, sotto l'azione del quale si estrae l'olio.
Una macinatura (alcuni la chiamano pilata) di ulive  per il solito di 12 bigonce, di uno stajo e mezzo l'una, o circa litri 36: in complesso da 420 a 430 litri. In peso poi, siccome una bigoncia di ulive pesa circa 75 libbre toscane, una macinatura consta di toscane libbre 900, o chilogrammi 300, circa.
La met di queste ulive, che si chiama parte, che  quanto dire sei bigonce, si getta sotto la macina: si frange, quindi s'ingabbia e si stringe: ed in questo mentre si macina l'altra parte. Si sgabbia la prima parte, e s'ingabbia la seconda, che si pone sotto lo strettojo, intanto che la prima ritorna sotto la macina per terminare la frantura, che la prima volta non fu portata a compimento, perch il liquido delle ulive, che si frangevano, ne impediva la compiuta macinazione. Altrettanto fassi colla seconda parte: sicch le ulive tutte, per la estrazione dell'olio fine, sono sottoposte alla macina due volte.
Le sanse (che sono i residui della pasta delle ulive macinate, dalla quale  stato estratto l'olio colla operazione descritta) si ammontano: cos ammontate, subiscono un riscaldamento in tempo maggiore o minore secondo la temperatura della stagione, ed allora anch'esse si passano sotto la macina, gettandovi anco, occorrendo, acqua bollente per ajutare l'estrazione dell'olio che vi  rimasto. Si stringono; e se ne ottiene olio inferiore, detto di sansa.
E volendo pur dare un cenno relativo alla quantit delle ulive che posson raccogliersi in un podere, e conseguentemente della rendita in olio che se ne pu ricavare, bisogna confessare che lo stato delle nostre campagne non presenta sufficienti dati per poter, con qualche probabilit, ritenere di avvicinarci al vero, perch le molte mancanze, ed il differente stato degli ulivi nelle piantagioni, impediscono di determinare una media probabile.
Occorre quindi procedere per indagini pi minute e speciali: contare gli ulivi che vi esistono, esaminare la loro et, la vegetazione pi o meno rigogliosa... ec.
Rarissimi sono quegli ulivi che, giunti al loro perfetto crescimento, producono 60 litri di ulive, in annata di massima produzione. La maggior parte giunge appena ai 40 litri: quindi possono calcolarsi sopra una media di litri 35 per ulivo nella condizione accennata, ed in proporzione decrescente la produzione di quelli che non sono in tal condizione.
La raccolta per di questo prezioso frutto  ben lontana dal presentar tutti gli anni gli stessi ricchi resultati; e ben rari sono quei poderi vestiti di ulivi, ove questi sieno cos poco trascurati da produrre nel decennio l'equivalente di due raccolte piene e mezzo; che anzi ci allontaneremo alquanto meno dal vero, se calcoleremo soltanto sopra due raccolte piene ed un quarto in un decennio, e cos da ogni ulivo giunto a compiuta produzione, circa litri 80. Dai quali otterremo una diversa quantit di olio, secondoch la pianta sar pi o meno esposta ai benefici raggi del sole: poich egli  oggimai riconosciuto, che, se in queste colline l'ulivo  esposto a levante o mezzogiorno, le ulive in media produrranno circa tre fiaschi d'olio per bigoncia (il fiasco da olio equivale a poco pi di due litri): se poi  esposto a ponente, le ulive ne produrranno intorno alla met.
Conseguentemente, in buona esposizione, cinque litri e mezzo di ulive danno un litro di olio: e questa quantit diminuisce progressivamente fino al punto, che per avere un litro di olio possono occorrere fin dieci litri di ulive.
Le malatte che in questi luoghi affliggono l'ulivo sono la carie, o lupa, che vien costituita da una speciale mortificazione della parte legnosa del tronco e dei grossi rami; alcuna volta prodotta da cause naturali, forse da impedita traspirazione o ristagno di linfa nella parte pi centrale del legno, pi spesso poi da male eseguite tagliature dei grossi rami in occasione delle sregolate potature; sulle quali fermandosi l'acqua, incomincia a generare il guasto del legno, che si propaga e giunge a corrodere tutto l'interno della pianta, se non si provvede a frenarlo.
E qui, innanzi di procedere oltre,  da notare che nessuno empiastro od unguento conoscono, n quindi adoperano questi Contadini, a coprire e difendere le ferite di qualche importanza, che vengon fatte alle piante. Non quello di Forsyth, non quello cos semplice, e del quale eglino stessi sarebbero facilmente i preparatori, e che  conosciuto sotto il nome di Unguento di S. Fiacre.
Si provvede a frenar la lupa aprendo con bene affilata scure i grossi rami, ed il tronco colto da questo malore, e portando via con adattato arnese (che  lo scuricno guernito di sgorbia ben tagliente) tutta la parte morta, giungendo al vivo, ossia alla parte sana del legno, bene osservando che il taglio venga pi netto e pi levigato che si pu. Ed in questi casi l'unguento di Forsyth sarebbe di grandissimo giovamento, n si scorgerebbero tanti ulivi ridotti a vivere, stando ritti in bilico, quasi sulla sola corteccia, coll'imminente pericolo di vederli gettati a terra al primo impeto di vento che li colga.
Altra malatta, di minor danno per avventura,  la cos detta rogna, che consiste in certe escrescenze cancriformi di varia grossezza, lisce dapprima, e del color della buccia, che poi, aumentando in grossezza, scoppiano e diventano scabrose e brutte, ed attaccano il tronco, i rami e le sottili vermene dell'ulivo. Le cause della rogna non sono ancora ben conosciute; ma sembra che pi si avvicini al vero chi la fa derivare da tutto ci che pu viziare la elaborazione dei succhi vegetali, e turbare il lavoro plastico della pianta; quindi gli eccessi di temperatura, le troppo subitanee variazioni di questa, le percosse, come nel caso di grossa grandine ec., producono al certo la rogna; e la invernata del 1871-72, che, in qualche momento, riun una temperatura straordinariamente fredda ad una umidit anch'essa straordinaria, e produsse gravissimi danni agli ulivi, convaliderebbe questa opinione; perch di quelli piantati nella pianura alle falde di queste colline, ove il piano comincia ad elevarsi, alcuni seccarono affatto, n alla stagione sopravveniente diedero il minimo segno di vita: altri furon tanto mortificati, che miser soltanto i nuovi getti dal tronco, o all'inforcatura dei grossi rami. In una zona poi leggermente pi elevata gli ulivi soffersero, sebbene in proporzione minore assai; e la mortificazione di queste piante pot scorgersi nella quantit di rogna, di cui i ramoscelli e le sottili vermene rimasero sovraccariche e brutte: bruttura per, che in occasione della seguente potatura pot quasi affatto levarsi, ove venne eseguita regolarmente e con le cure convenienti.
E qui appunto sembrami opportuno notare che il flagello pi dannoso all'ulivo  senza contradizione una grande intensit di freddo susseguito da rapido disgelo. Allorch la pianta  stata colta da questa intemperie, le foglie ingialliscono e si seccano; si spacca la corteccia, che si stacca dal tronco e cade a brani. A primavera si scorge tutto quanto il danno, e togliesi tutto il legname morto; ma pur troppo molte volte non si ha il coraggio di rinunziare a speranze anco ben leggiere, fidando che il danno, in parte almeno, sia pi apparente che reale. Sicch, ogni volta che tutte le branche o ramificazioni principali, sieno perite, e solo parte del tronco dia qualche indizio di vita, si suol conservare questo broncone, dal quale sorge la nuova vegetazione, ma languida ed infermiccia, per perire in breve. Mentre, se la pianta fosse stata tagliata al colletto delle radici, o, come dicesi, tra le due terre, sarebbe sorto un cespuglio di nuovi germogli; e di questi conservatine alcuni, ed i pi belli e vigorosi, favoriti dalla massa delle radici, crescerebbero rapidamente, ed in pochi anni perverrebbero a dar frutto.
Forse la speciale posizione delle nostre colline, la ventilazione di cui godono, e l'atmosfera sana ed asciutta, nella quale vegetano questi ulivi, fa s che raramente, e solo in fondo a qualche insenatura, e presso questi torrentelli, mi  occorso di trovare alcune piante pi o meno coperte di licheni e borraccine, che in altri luoghi ho veduto tanto danneggiare gli ulivi.
Tra gl'insetti che portano nocumento a questa pianta, una sola volta ho veduto, e sopra un solo ulivo, la cocciniglia, che con i propri escrementi, misti agli umori che si stravasano dai ramoscelli punti da questo insetto, tinge tutta la pianta di nero, e la intristisce e la uccide; come in questo caso avvenne, perch non prontamente soccorsa con copiosi tagli, indispensabili in caso tale.
Ben pi grave  il danno, ed in alcuni anni gravissimo, che producono due altri insetti che pungono l'uliva e vi depongono l'uovo, dal quale nasce il baco o larva della musca o dacus oleae, che si nutrisce della polpa del frutto, e cos diminuisce la quantit e deteriora la qualit dell'olio; e quella del cynips oleae, che s'introduce nel ncciolo, e ne rode la mndorla, determinando la caduta del frutto innanzi che nelle cellule siasi formato l'olio.
Raccogliendo, e frangendo il pi sollecitamente che si pu le ulive cadute, e sollecitando straordinariamente la colta, o brucatura delle ulive, recandole immediatamente sotto la macina, potrebbe impedirsi il totale sviluppo di queste due qualit di larve, e la loro trasformazione in insetto perfetto; ma tale operazione trover, non solo nei contadini, ma anco in molti fattori, straordinaria resistenza, non potendosi indurre a franger le ulive, finch queste non abbiano le apparenze della maturit, n volendo credere che da un bacherozzolo possa uscire un insetto volante, a malgrado dell'esempio, che han sotto gli occhi, del baco da seta."
Qui l'agente pose fine al suo ragionamento, scusandosi a quei signori, se aveva parlato male o difettosamente; ma il signor Vincenzio fu pronto a rispondere.
"No, caro Carlo, voi avete anzi parlato ottimamente, perch, non solo avete aggiunto qualche cosa alla estrazione dell'olio gi dichiaratami qui da Giovanni; ma datomi notizie rilevantissime della coltivazione degli ulivi: e ve ne sono proprio grato."
"Bisognerebbe, la vede, rispose Carlo, bisognerebbe che, per divertirsi, qua nel verno la venisse lass alla fattora ad assistere alla lavorazione dell'olio....
"S, s, disse Giovanni, anderemo a fare una cacciata; e passeremo una mezza giornata nel fattojo, e faremo la panzanella.
"La panzanella? E che  la panzanella?
"La vedrai allora. E voi, Carlo, ci accompagnerete."
"Come comanda - rispose Carlo; il quale, domandato se loro occorreva altro, chiestane licenza, and per i fatti suoi. E cos Vincenzio, confermato il proposito di far nell'inverno quella chiassata, salutato e ringraziato l'amico, part.
 CONCLUSIONE
Il tempo  galantuomo, e l'inverno venne puntuale, secondo il solito; e forse n Giovanni n Vincenzio si ricordavano pi di quella promessa, quando un venerd il fattore la ricord a Giovanni, il quale disse che ne parlerebbe con l'amico; e gli avrebbe fatto sapere il giorno. A che il fattore:
"Vede, signor Giovanni, per divertirsi pi, le dovrebbero venir quest'altra domenica, ch appunto mena moglie Geppo l del podere di fondo; e poi luned andrebbero a caccia e tornerebbero per la panzanella.
"Tu dici bene: se Vincenzio non ha impegni, verremo.
E di fatto gl'impegni non ci furono, e i due amici la mattina del giorno fissato uscirono da Firenze e furono alla fattora nel momento appunto che arrivavano gli sposi; a' quali andarono incontro salutandoli affabilmente, e presentando alla sposa un bel mazzo di fiori, cui essa accett vergognosamente, e ringrazi con assai garbo. Il fattore aveva avvertito i due giovani signori che sarebbero stati invitati a desinare; ed essi accettarono. Prima di mettersi a tavola offrirono alla sposa un regaletto, che da que' contadini fu stimato un tesoro; e se il desinare fu rozzo, fu per altro gustoso, pulito e allegrissimo. Quando l'appetito fu sazio, cominci la parlantina; e Vincenzio entr a domandare delle usanze che ci sono negli sposalizj, e il capoccia si profferse di raccontarlo egli, a che i due giovani assentirono lietamente; ed egli disse cos alla contadina, ma con qualche garbo
"Il giovanotto non va da s a cercar la ragazza; ma c'enno e cozzoni. Il cozzone va da un giovanotto, e dice: ci ho una ragazza proprio per te; adattata alla tu' famiglia: buona per andar n'iccampo, per far per casa: la sa cucire le su' camicie: la tesse... insomma ti dico, l' proprio per casa tua."
Il giovanotto fa du' smorfie; mette innanzi qualche ragionaccia, tanto per non parere; e si fa un po' strapazzare, come quando si vendono i manzi; ma il cozzone sta duro; gli dice che la vada a vedere, ch tanto non ci perde nulla; e all'ultimo restano di andarci la domenica poi: e ci vanno. Questa prima volta gli sposi si veggono, si parlano, ma non s'entra in nulla; n il capoccia e la madre della sposa se ne dnno per inteso, e lasciano correre. Se al giovanotto piace la ragazza, ci torna la domenica dopo, e cos le altre; ma lasciandone qualcheduna, per non parer cotto alla prima: se poi non le piace, dopo una volta o due non si lascia pi rivedere e non si parla d'altro. Se poi il giovanotto non piace alla ragazza, la gli fa dire dal cozzone ch'e' tiri al su' interesso. Trovandosi d'accordo, seguitano a discorrere pi o meno tempo, senza che nessuno della famiglia faccia una parola di sposalizio o non sposalizio. Se l'accordo va avanti, il giovanotto dice, o a suo padre, o a suo zio, o a chi fa da capoccia, che vada a chiedere la ragazza; e allora si fanno i patti del vezzo pi o meno grosso, di tante fila: se la sposa dee portar la cassa o l'armadio; sempre fermo per che il letto la l'ha a far la sposa.
"S, - disse la massaja, - ma delle volte il giovanotto ha un letto di pi a casa sua; e allora la sposa non lo porta."
"Gli  vero, - disse un altro, - ma il letto si dice che tocca alla sposa.
"Il tempo dello sposalizio, - continu il capoccia, - si suol fissare per avanti una delle faccende principali del podere, cio avanti la segatura, la vendemmia, i bachi, ecc. E quando si dice secco secco avanti le faccende, s'intende sempre prima della segatura. - Dopo la chiesta fatta, non c' caso che si torni indietro; e nessuno degli amici o parenti, che prima si fossero mostrati contrarj, ora non si attenterebbero di dir pi una parola contro. Una domenica o due dopo fatta la chiesta, il capoccia, o un altro della famiglia della sposa, va a vedere dove la mettono.
"Lo sposalizio si fa prima in chiesa, dove la sposa va con lo sposo e co' testimoni: poi la sposa  ricondotta a casa sua da' medesimi, e l la lasciano fino alla domenica dopo; che allora lo sposo con buona parte della sua famiglia, va a prenderla per menarla. Quella mattina si fa in casa della sposa una piccola colazione; e il desinare di gala si fa in casa dello sposo."
"E vedo proprio, dissero quasi a un tempo ciascuno dei due giovani signori, che questo vostro desinare non ha invidia a que' de' signori."
"Ma icch le dicono, per l'amor di Dio! Disse qui la massaja, e' ci avrebbe a correre..."
"Le sentin la fine, - interruppe il capoccia. - Per la via, se gli sposi sono ben visti, si fanno dagli amici di casa molti spari di mortaletti, e si tirano delle schioppettate; e a chi incontrano per la via, essi buttano dei confetti. La domenica dopo, che per noi  questa che viene, gli sposi vanno a fare il manifesto, cio a desinare a casa della sposa, la madre della quale dopo qualche tempo va a far visita alla nuova famiglia della figliuola. Il cozzone dee avere dalla sposa il regalo di una camicia; ed una ne dee fare per lo sposo, lavata e stirata, che se la mette il giorno del matrimonio. Lo sposo poi regala alla sua donna l'anello benedetto, le buccole, la corona con la medaglia d'argento, gli stivaletti ed il cappello da sposa co' fiori. Ecco fatto.
"Vi siete scordato una cosa: - riprese la massaja, - quando si mena a casa la sposa, se la via  lunga e di poggio, come questa nostra, non si passa per le scorciatoie, perch di dove non passa la croce, non hanno a passar gli sposi novelli."
I due giovani signori, e specialmente il Lombardo, udirono volentieri la descrizione di tali usanze, fatta con tanta chiarezza da quel contadino. A questa successero altri piacevoli e festosi ragionamenti. La sera si fece un ballonzolo; e cos pass la giornata, che a' due giovani signori parve dilettosa quanto altra mai.
La mattina per tempissimo si levaro per fare una cacciata fino alle 10, dove fecero preda assai; ed appena tornati andarono, secondo il fissato, nel fattojo, a mangiare la panzanella. Trovarono l dinanzi allo strettojo preparata una tavola con tovaglia nettissima; e mentre Vincenzio stava attento a vedere co' propri occhj il modo di far l'olio, del quale aveva udito la ripetuta descrizione, il fattore fece arrostire delle fette di pane bianchissimo, e calde calde portarle sulla tavola, dove erano degli spicchj d'aglio netti dalla loro rezzola, co' quali strofinate ben bene quelle fette, disse:
"Signori, o le venghin qua: prendano, come far io, la loro fetta, e la tengano laggi in fondo allo strettojo, per farci colar sopra l'olio a quel mo' fresco: le ci mettano su un po' di pepe: mangino, e poi mi sapranno dire."
Come il fattore disse, cos fecero: mangiarono la loro fetta, e rinnocarono per due volte, bevendoci sopra dell'eccellente vin rosso; e, o fosse l'appetito, o che cosa fosse, dissero che mai a' loro giorni non avevano mangiato cosa tanto saporosamente gustosa. E poi, ringraziando il fattore di aver loro fatto passare due giornate cos belle, tornaro tutti lieti a Firenze, col proposito di procacciarsi altre volte simili diletti campagnuoli.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Esercizio Lessicografico.
...
.
...
 A
Abbao. 15. Abbao  L'Abbajare continuato; dove l'Abbajo  il solo Atto dell'abbajare. Nel primo caso si badi di porre l'accento acuto sulla penultima: il qual accento  cagione che non si scrive per j consonante, come si fa in Abbajo, perch non fa sillaba coll'jo; ma la sillaba si spezza sull'.
Accordo. 54. Accordo  parola formale presso i contadini per le Pratiche che si fanno tra le parti affine di conchiudere il matrimonio. Hanno fatto l'accordo. - L'accordo va bene avanti.
Affaticato.  41. Si dice, con bella metafora, degli ulivi su' quali si lascia molto tempo il frutto, perch cos perdono vigore.
Affissi.  15. Sono le Imposte, Telaj d'usci e finestre, Armadj a muro e simili, detti cos, perch sono fermati e tenuti fissi alle pareti, ecc.
Agente di citt.  33.  Colui che amministra i beni che il padrone ha in citt, come affittar case, trattare negozj di commercio, fare restauri, ecc.
Agenza. 15. Agenza  l'Ufficio di chi amministra i beni altrui; e si dice specialmente dell'amministrare i beni di campagna. Chiamasi pure Agenza rurale; e indica tanto l'ufficio quanto l'esercizio. Casa d'agenza  quella dove si tiene tale amministrazione.
Ammaccare. 44. Battere o pigiare cos forte sopra un corpo che la superficie ne rimanga avvallata o schiacciata. Si fa, com' naturale, sopra i corpi tanto o quanto cedevoli.
Ammezzato d'acqua. 23. Empiuto d'acqua fino al mezzo della sua capacit.
Amministrazione. 13. L'ufficio e la cura di colui che attende al governo del suo patrimonio, il che si dice Amministrare. Amministra il suo, Tiene da s l'amministrazione. -  un bravo amministratore.
Ammontare. 43. Riunire pi cose minute in una massa o monte. Si ammontano l'ulive, come qui: si ammonta il grano, il gran turco; e via via altre cose minute.
Amore. Per l'amor di Dio!  56.  formula o di chieder venia o soccorsi: Ma che lodi merito, per l'amor di Dio! - E pi spesso indica insufficienza: "Che vuol ch'io faccia, per l'amor di Dio, cos mezzo sbalordito!"
Amputazione.  40.  Taglio di una parte piuttosto grande di un corpo: di rami, se albero; di membra, se corpo umano.
Andare avanti. 54. Suol dirsi di pratiche per trattar negozj, e vale Procedere ordinatamente. Non andar avanti, vuol dire, Romperle. Cominciarono a trattare; ma poi l'accordo non and avanti.
Anditno. 26. Diminutivo di ndito, che  quel Piccolo corridojo, il quale serve di comunicazione fra stanze disgiunte, e le rende al tempo stesso libere. Ho messo un lettino nell'ndto accanto alla camera, e vi tengo il servitore.
Anima. La buon'anima.  30. Per significare affetto o riverenza alla memoria di persona gi morta, ricordandola, si suol aggiungere buon'anima. Per esempio: "Questo anello me lo lasci la buon'anima della mamma. - ovvero: Me lo lasci la mamma buon'anima; e anche: buon'anima sua."
Annodare. 30. Annodare si dice dell'Unire insieme tre o quattro fila di un penero, serrandole in un nodo, perch cos non si arruffano e formano come guarnizione a sciugamani, canovacci e simili.
Apertura della caccia.  14. I cacciatori chiamano cos la prima gita che fanno, il giorno destinato dalla legge per incominciare la caccia. E sogliono farlo con una certa solennit, secondo la possibilit di ciascuno. La Crusca novella ci insegna, alla voce Caccia, pigliare agli archetti e al bucine li animali selvatici; ma non ci dice nulla dell'apertura della caccia.
Architrave.  29.  quel Sodo che si pone dall'una all'altra colonna o pilastro sopra alcun vano, per alzarci su, o muro o volta. I camini, o focolari delle antiche ville erano spaziosissimi e profondi, con suoi sederi dalle parti da potervi stare parecchie persone; e gli architravi su' quali posa la cappa del camino, erano per conseguenza molto larghi. Generalmente di pietra serena, con intagli ed ornati, e con lo stemma della famiglia.
rgano.  21. Cilindro di legno, guarnito di leve: in questo caso, perpendicolare, e che si dice Vericello, il quale girando per via di leva mossa dall'uomo, avvolge attorno a s la fune, che attaccata alla cima della stanga che  infilata nell'occhio della vite, la fa girare e premere, la pasta delle ulive.
Armadio.  30. Mobile di legno, che sta ritto su quattro corti sostegni, ed ha due o pi battenti, con palchetti, e arpioni, e grucce, da riporvi e tenervi appiccati, vesti, biancheria, ecc. Gli Armadj si tengono appoggiati alle pareti. C' poi l'Armadio a muro, il quale  un vuoto fatto nella grossezza di un muro, adattatovi orrizzontalmente delle assi, che si chiude con una sola imposta generalmente, la quale dalla parte di fuori  degli stessi colori delle pareti della stanza, per modo che a un tratto pare che non vi sia nulla. Alle volte fa riscontro a un uscio; e allora si tinge dello stesso colore. Si fanno per riporvi roba senza occupare spazio nella stanza.
Arrostire il pane.  57. Arrostire il pane,  il metterlo sopra una gratella a rete, con fuoco sotto, finch si prosciughi e prenda il color di nocciuola, o per inzupparlo nel caff e altre bibite, o per fare zuppe con brodo, ecc. - Ad alcuni pare improprio questo Arrostire detto del pane, e vorrebbero che si dicesse abbrustolire: n forse han tutti i torti. Fatto sta che a Firenze non si dice se non Arrostire; e ai caff si dice sempre Chifel o Semel arrosto.
Asolo.  (Dare solo). 19. Se dicesi de' panni vale Sciorinargli: se di una stanza, come qui, vale Ventilarla, Tenerla ventilata, acciocch si muti l'aria continuamente. In questo bel significato manca a' vocabolarj.
Attaccare, Attaccato.  14. Si dice Attaccare una carrozza, un calesse, ecc., per Mettere le bestie da tiro ad essi veicoli, fermandole alle stanghe o al timone per mezzo dei finimenti. Si dice tanto Attaccare il lgno, quanto Attaccare il cavallo; per esempio, Attacca subilo il calesse, ovvero Attacca il cavallo bajo. E si usa pure assolutamente: Alle quattro attacca, dice il padrone al cocchiere.
Attorrare.  21. Si dice del legname segato; e vale Mettere un pezzo sopra l'altro, qual per diritto e qual per traverso, sicch quando sono alla conveniente altezza, pigliano aspetto di una torre. Si fanno all'aria aperta, perch il legname si stagioni.
Avere.  Ci ho. 54. Modo usitatissimo da coloro che propongono altrui qualche cosa da comprare, o qualche partito da conchiudere. Ci ho una villetta che  proprio per lei. Ed  come dire: Io posso farle comprare quella villa, ecc., ecc.
 B
Bacherzzolo. 51. Diminutivo di baco: le altre forme diminutive sono Bachno, Bachetto, Bachettno, Bacherello, Bacuccio, Bacucciaccio, Bacherozzolino, e se altre: le quali tutte si usano in certi dati casi, per i quali  impossibile dare regole certe; ma che la natura e l'uso gl'insegna da s in Toscana.
Bachi (I). 26-55. Quando si dice cos, assolutamente s'intende sempre i bachi da seta, che altrove si chiamano Bigatti o Cavalieri. - Fare i bachi poi significa l'allevargli e governarli per condurgli al tempo di far la seta. Al tempo de' bachi, vale In quella stagione nella quale si allevano i bachi; e in alcune locuzioni si dice anche per i bachi nel significato medesimo: "Sai? ti pagher qua per i bachi, cio alla stagione del bachi col guadagno che far.
Baco da seta. 51. Vedi l'articolo precedente.
Bgher.  14-25.  un Legno da tiro, a quattro ruote e ad un solo cavallo, a due posti, con la cassa assai distesa a spalliera ampia.  generalmente da campagna: alle volte ci si addatta il mantice, per tenerlo su a riparo del sole o dell'acqua o del vento. Il mantice, che forma come un padiglione, si tiene ripiegato dietro la cassa; e si alza e si spiega per via di grosse molle.
Ballnzolo.  57. Si dice cos quel ballo fatto in famiglia, senza cerimonie, e senza orchestra formale. Dalla voce Ballo si formano i diminutivi Balletto, Ballettino, Ballettuccio, Ballettucciaccio; e questi si appropriano solo ai Balli che si fanno sulla scena.
Bandinella.  30. Asciugamano molto lungo, che  appeso in alto, e si fa scorrere su due cilindri di legno, ed anche uno solo in alto, girevoli, per asciugarsi via via alla parte netta e mandare in su la parte sudicia.  tenuto fisso insieme alle due estremit; e si muta quando  finito di insudiciare. Si adopera per le sagrestie e per le fattore, che sono luoghi dove capita molta gente, che spesso ha occasione di lavarsi le mani e di asciugarsi.
Barbolna.  39. Barba, o radice sottilissima, di talune piante; per diminutivi di Barba in tal significato, si potrebbe dire anche Barbicna. Poco esatto sarebbe il dire Barbetta o Barbettna, perch questi diminutivi si appropriano piuttosto alla barba dell'uomo. Anzi Barbetta suol dirsi piacevolmente anche della Persona che ha barba: "Ehi, barbetta, che credi tu di fare?"
Barilaja.  17. Quella stanza dove si tengono i barili vuoti, per adoperargli secondo che viene il bisogno.
Barle.  18. Vaso di legno, da vino, e da olio, fatto a doghe, e cerchiato, di forma piuttosto lunga, e un poco panciuto nel mezzo. Quello da vino  di tenuta venti fiaschi, cio 48 o 50 litri; quello da olio  di 16 fiaschi.
Battera.  29. Tutto l'assortimento dei vasi di rame o di coccio necessarj o utili in una cucina, che si dice anche tutto intero Battera da cucina. Alcuni chiamano Battera anche l'Assortimento di tutte le stoviglie che bisognano alla tavola, piatti, scodelle, zuppiere, salsiere, fruttiere, e simili; pi spesso si dice Servto da tavola; ma Servto significa veramente quell'assortimento un po' pi elegante; con quel determinato numero di capi.
Benino. Per benino. 32.  di uso comune a significare donna o fanciulla manierosa e garbata: diminutivo di Per bene, che si usa a significare qualunque persona ben costumata, proba, e sulla quale pu farsi assegnamento.  un uomo per bene,  una donna per bene: corrisponde al francese: Comme il faut. - Per benino poi si usa anche avverbialmente a significare acconcezza nel fare una cosa, ma con una tal quale idea di gentilezza : "Fa tutte le sue cose per benino."
Biancheria.  30. Biancheria da letto. Si chiamano cos le lenzuola e le coperte bianche da letto, le fodere dei guanciali.
 Da tavola. Sono le tovaglie, i tovagliuoli e i tovagliolini.
 Da dosso. Sono le camice da uomo e da donna, le mutande, e ogni panno lino che si porta sulla persona, ma sotto gli abiti.
Coloro che amano di essere schiavi alli stranieri nelle cose della lingua, or che non siamo pi schiavi civilmente, invece di biancheria, dicono francesemente lingeria!!!
Bigattiera.  13.  la stanza, o meglio l'Edifizio, dove si allevano e si custodiscono i bachi da seta, con tutto il necessario a condurre a bene questa ricca raccolta.
Bigncia.  18. Vaso di legno a doghe, cerchiato, e senza coperchio, pi largo in cima che in fondo, il quale generalmente si adopera a varj usi della vendemmia.  di una data tenuta; e spesso serve di misura. Una bigoncia d'ulive, d'uva, di frutte; Una bigoncia d'uva d due fiaschi di vino. Corrottamente si dice da molti Bigongia; specialmente nel Pistojese.
Bocca.  44. L'apertura di sopra delle bruscole, per la quale si mettono dentro ad esse le ulive da frangere.
Bocca di dama.  29. Pasta delicatissima di mandorle, zucchero e torli d'uovo, che si mette in tavola alla seconda mensa, o come francesemente suol dirsi al Desr, e con la quale suol beversi il nostro Vin santo.
Bdola.  23. Apertura, di forma per lo pi quadra, fatta nel pavimento di una stanza, chiusa con una ribalta di legno, e che serve o per andare, mediante scala, in una stanza di sotto, o per buttare alcuna cosa laggi di sotto.
Borbottno.  28. Si dice cos familiarmente qualunque pietanza, specialmente in umido, fatta con ogni cura, acciocch sia appetitosa e gustosa: "Il mio cuoco mi fa certi borbottni, che farebbero risuscitare un morto."
Borraccna.  50. Specie di musco, ed  un'Erbolina fitta fitta, che quasi ha aspetto di velluto, la quale nasce sulla scorza degli alberi e sopra alcune pietre ne' luoghi umidi e ombrosi.
Brezzone.  28. Freddo molto acuto, rinforzato da' venti settentrionali. "A questi brezzoni si sta bene nel canto del fuoco."
Brccoli.  24. Cos si chiamano i Talli delle rape quando cominciano a fiorire; ed anche i Grmoli di certe qualit di cavolo. Come poi i Broccoli sono cosa non ancora venuta alla debita perfezione; e sono altres cibo di poco sapore e di poca sostanza nutritiva, cos Broccolo si usa per Semplice, Stupido, Balordo e simili. "Va l, che tu se' un gran broccolo." - "Non lo vedi, broccolo, che fanno per burla?"
Brucare e Brucatura.  43-51. Propriamente Brucare significa Strisciar la mano su' rami di certe piante, e col pugno stretto mondarle di tutte le foglie: preso dallo effetto che fanno i bruchi, i quali, divorando le foglie, lasciano il ramo ignudo. Ma, parlando delle ulive, come si fa qui, significa solo spiccare da i rami dell'ulivo tutte quante le ulive; e Brucatura vuol dire e L'atto del brucarle, e il Tempo nel quale si brucano.
Bruschno.  25. Spazzola di saggina, che serve per ripulire dal fango e dalla polvere le gambe dei cavalli e di altri quadrupedi da tiro, da sella e da basto.
Brscola.  22-44. Le bruscole sono una specie di Borsa circolare, nella quale si mettono le olive, per poi cos piena, collocarle nella gabbia dello strettojo e cavarne l'olio. Vedine la esatta descrizione qui a pag. 44.
Brzzico (A).  14. Questo modo A bruzzico  familiarissimo a significare il primo spuntar dell'alba; e si dice anche, ma pi raramente, A bruzzolo.
Bucato.  27. Bucato  tutta quanta l'operazione che si fa per mettere o, come dicesi Imbiancare, i panni di lino o di canapa sudici, che prima si mettono nella conca con parecchia cenere, versandovi sopra acqua bollente, la quale poi diventa ranno; e dopo, si lavano al lavatojo col sapone, si risciaquano bene, e si mettono ad asciugare, il che si dice Distendere il bucato. A Siena invece di Bucato dicono la Bucata.
Buccia.  23. Involucro esterno, come direbbe uno scenziato, o Invoglia, come dicevano i nostri vecchi, di tutte le frutta, legumi, agrumi e simili, che  come la loro pelle; e pelle veramente la chiamano, ma non propria mente, in alcune parti d'Italia.
Bccole.  56. Sono que' giojelli pi o meno ricchi che le donne portano pendenti dalle orecchie, che si dicono anche orecchini o pendenti o cerchj, secondo la forma. Le buccole sono cerchietti assai piccoli con qualche ornamento che pende, o con qualche perla; i cerchi sono cerchi assai pi grossi d'oro massiccio, senz'altro ornamento; i pendenti, cosa tutta delle contadine, sono larghe piastre d'oro, ridotte a disegno di fiorami, incastratovi perle; e queste lastre pendono gi quasi fino alla spalla, essendo appiccate a un cerchio che  infilato negli orecchi.
Buono.  Un buon. 14. Questo modo, fatto precedere a un nome numerale di quantit discreta, significa, dir cos, il vantaggio o qualcosa di pi che quella quantit; e per dicendo, come qui, Un buon dieci chilometri,  lo stesso che dire dieci chilometri e anche pi. Si dice anche nello stesso significato: dieci chilometri buoni, o dieci buoni chilometri. A significar poi che una distanza da luogo a luogo  di pi chilometri che altri afferma, suol dirsi che i chilometri assegnati sono di quelli che fa il lupo a digiuno. Per esempio uno dice che per andar in cima a Monte Morello ci sono otto chilometri; e l'altro risponde: S, di quelli che fa il lupo a digiuno; il quale va via correndo senza misurare il cammino. Nel caso medesimo poi, e nel medesimo significato, altri risponder: E coda. Cio quei chilometri hanno la coda.
Bssola. 25.  cos chiamata quella grossa spazzola da pulire i cavalli dopo strigliati, forse corrotto di Bossola, perch  fatta di barbe di bossolo.
 C
Cacciare e Uccellare.  13. Cacciare,  propriamente l'inseguire o appostare animali non pennuti e non domestici, affine di farne preda: Uccellare  il tendere insidie comecchessa agli uccelli, o il tirar loro con lo schioppo; e gli antichi nostri facevano sempre il debito divario tra queste due cose. Poi si confusero e nella caccia si comprese anche l'uccellagione: tal confusione fu ajutata e confermata dalla Crusca, la quale  ita tanto in l, che nella sua seconda quinta impressione fa intendere che si pigliano agli archetti, alle cestole e al bcine anche le fiere del bosco. Vedi il mio libro intitolato II Vocabolario novello della Crusca alla voce Caccia.
Cacciata.  Fare una cacciata.  52. Cacciare, ma significa il far ci per puro spasso e per esercizio. E cos tutti i verbi che indicano atti o esercizj della persona, si risolvono per simil frase: Fare una corsa, Correre; Fare una passeggiata, Fare una giocata, una cantata, ecc.
Cacno.  29.  questo un di que' diminutivi che accennano gustosit. Vedi in Diminutivi.
Calesse.  25. Veicolo a due ruote, a un solo cavallo, per uso di trasportar persone con un seggiolno sostenuto da cigne e alle volte con mantice e parafango.
Calza di panno.  24. Striscia di panno di canapa, cucita, a mo' di calza, abboccata alla buca del palco delle ulive, e per la quale si fanno queste andare nel piatto della macina.
Caminone.  28. Camino molto spazioso e con ampia cappa, da potervi star sotto parecchie persone a crocchio.
Campo.  Andar n'iccampo. 54. Andare nel campo  frase contadinesca che significa Essere adatto a far lavori di lavoratura di terra, come zappare, sarchiare, far erba, ecc. Le contadine del contado di Firenze lavoravano nel campo come gli uomini; ora le pi se ne mostrano schife; e dicono che stanno a badare a casa, cio a far le faccende di casa. N'iccampo poi  lo stesso che n'il (nel) campo: perch il volgo nostro, e i contadini, in questi casi conservano l'articolo il tale e quale; ma scambiano la l con la prima consonante della voce che segue.
Canapetto.  44. Sottile funicellina di canapa; ma pi grossa che lo spago.
Cannlla.  18. Tubo generalmente di ottone, apposto presso il fondo di canali o di conserve d'acqua, o d'altro liquido, e col quale, girando il mastio o chiavetta, si d o si toglie il libero effluvio di tal liquido.
Quelle che si pongono in fondo alle botti sono generalmente di legno.
Cannelloni.  28. Grosse paste da minestra, in forma di cannelli assai lunghi, e vuoti dentro, come direbbe la Crusca, che soglionsi mangiare, non cotti nel brodo, ma lessati e poi conditi con burro, cacio e sugo di stracotto.
Canto.  43. Ciascuna di quelle divisioni, nel pavimento di un frantojo, nelle quali si ammontano le ulive da frangersi.
Canto del fuoco.  28. Stare nel canto del fuoco vuol dire Star seduto sotto la cappa del camino quando il fuoco  acceso, per riscaldarsi. I camini, o focolari, nelle case de' contadini e nelle antiche ville sono generalmente poco alti da terra e assai spaziosi.
Cappa del camino. Cos chiamasi la base della gola del camino, quando essa base  sporgente verso la stanza, e fatta come una mezza tramoggia rovesciata, cio pi ampia in basso che in alto.
Capccia.  25-54. Colui che nelle case de' contadini ha il governo della famiglia, che tiene la cassa , fa le provviste e tratta tutti i negozj di casa.
Caratello.  26. Piccolo vaso da vino, in forma di botte, della quale si suppone esser la ventiquattresima parte, bislungo e un poco panciuto, nel quale si conservano vini bianchi squisiti, come Vin santo, Malaga, Marsala e simili.
Carezza.  Fare carezze.  38. Si chiamano con garbata metafora Carezze, le cure minute e diligenti che il coltivatore fa alle piante, cui esso coltiva.
Crie.  47. Carie  propriamente la malatta delle ossa, quando la loro sostanza si corrompe e si disf; ma si chiama cos anche quella malattia degli ulivi, per la quale si altera e perde ogni vitalit la parte legnosa del tronco. Questa  la voce usata dagli agronomi; i contadini e i fattori la chiamano Lupa.
Carrbbio.  25. Albero di alto fusto con foglie sempre verdi, del cui legno, che  di un bel giallo chiaro, ed  molto elastico, si fanno i migliori manichi da frusta; a' quali manichi o bacchetti, come gli chiamano, si d pure nome di Carrubbio.
Cartello. Di Cartello.  28. Si suol dire delle persone di gran fama e perizia nella loro arte: presa la metafora da' cartelli teatrali, co' quali si annunziano al pubblico i cantori famosi che verranno a qualche teatro.
Casamento. 14. Casa assai grande, divisa in pi famiglie; ma suol dirsi anche di qualunque casa o edilizio assai grande, specialmente, se isolato.
Cascna.  13. Luogo pi o meno spazioso dove si tengono, e dove pasturano le vacche, e dove  tutto il necessario alla lavorazione del burro e del cacio.
Castto.  15. Ricettacolo di legno, tanto grande solamente quanto possa senza disagio starvi un grosso cane da guardia: ha la forma di una piccola casa; e si tiene generalmente vicino alla porta di ingresso delle fattore e delle ville.
Cassa. 55. Arnese di legno, di varia capacit, di forma rettangolare, col coperchio che si alza e si abbassa, da chiudersi a chiave. Serve a riporvi della roba. Quando si parla di corredi contadineschi, e' si dice antonomasticamente la cassa, e si intende quella dove la sposa ripone le vesti del suo corredo.
Cassa a muro e a segreto.  17.  ci che i francesi chiamano Coffre fort, e alcuni Italiani mezzi Francesi Cassa forte; e meglio, come qui, Cassa ferrata;  quella da custodirvi il denaro, la quale  a muro, cio incastrata nel muro; ed  a segreto, cio nella toppa, con la quale serra a chiave, ci sono de' congegni noti solo a chi dee aprirla.
Cassa.  30. Cassa da riporre la farina  una Cassa assai grande, nella quale si pone la farina tornata allor dal molino, e vi si calca un poco, perch meglio si conservi.
Cassapanca.  29. Cassa bislunga, e spesso con spalliera, detta cos perch vi si ripone la roba come nella cassa, e vi si sta a sedere come sulla panca.
Castello.  26.  formato di sei correnti di legno riquadrato, che si piantano ritti in un base di pietra, fattovi prima l'incavo da ricevergli: essi correnti hanno dei fori nella loro lunghezza, ne' quali si infilano a certo intervallo cavicchj, che sono destinati a reggere pi stoje o cannicci, per mettervi o l'uva ad appassire, o i bachi da seta che si allevano.
Cncio.  14.  nome abbreviato di Vincenzo; e se ne fa anche il diminutivo Cencno, e l'accrescitivo Cencione; e occorrendo, il peggiorativo Cenciaccio.
Ceppa.  36. La parte del tronco dell'albero che rimane sotterra, e dal quale spuntano e si spandono le barbe o radici.
Che!  27. Questa particella ha tra il nostro popolo un uso singolarissimo, ch si usa in cambio della negativa no, ma con efficacia maggiore, quasi volendoci metter l'idea di irona o di rampogna alla domanda che altri ci fa - Vai stasera al teatro? - Che! cio No davvero. Ma ti pare? o simili. Si pronunzia aperto come se fosse scritto Ch' quello che tu dici? formula di meraviglia. Alcuni, come per esempio i Pistojesi, pronunziano quasi Chi.
Chiarire.  19. Dar tempo all'olio fatto di fresco di far calare a fondo la materia colorante dell'oliva.
Chiaritojo.  19. Stanza calda, ove si pone a chiarire, in vasi adatti l'olio d'oliva appena fatto.
Chiassata.  52. Cos suol chiamarsi una Gita di spasso, una conversazione o ritrovo fatto per rallegrarsi e sollazzarsi con giuochi, suoni, canti, mangiando anche e bevendo.
Chiedere la ragazza.  54. I contadini usano tal frase come solenne a significare l'atto e le parole, con cui il capoccia va formalmente a chiedere a' genitori di una fanciulla, se son contenti di darla al giovanotto della famiglia, il quale fino allora ha discorso con essa. Vedi Discorrere.
Chilo.  16. invece di Chilogrammo, che  peso di mille grammi, corrispondente a circa tre libbre toscane; invece di Chil, come dicono alcuni, il popolo nostro dice Chilo e in plurale Chili.
Colaticcio.  19. Ci che cola da' vasi stati immersi nell'olio, e l'imbratto che quel colore fa sul terreno. - Colaticcio si usa altres a significare la cera che cola da torce o candele di cera accese; e anche del bioccolo gi rappreso, per esempio: "I colaticci gli ricomprono i cerajuoli, per istruggerli e riusargli per fare il di dentro dei ceri o torce".
Colazione.  33. Quella che qui si chiama alla casalinga, colazione, i galanti infrancesati, e molti anche non al tutto tali, la dicono Digiun, o Dejuner. Appresso i Francesi tal parola verrebbe a dire il rompere il digiuno; ma non  mica modo tanto proprio, perch il digiuno si rompe anche senza un pasto formale; e di fatto gli Italiani dicono Sdigiunarsi con tutta propriet il pigliare qualunque piccola quantit di cibo: "Stamani non mi sono ancora sdigiunato". Il primo pasto formale per noi  la colazione; e per il digiun lo sostituirei con tal voce, che  ben italiana.
Colletto, o Collo delle piante.  38.  la parte della pianta che sta tra la radice e il tronco.
Collna.  38. La Collina, sono, diciam cosi, le prime piaggie di un monte, sicch podere di collina viene a dire quel podere che non  in piano n in poggio assolutamente, ma dal piano alquanto alto: e cos suol dirsi Vino di collina per significare che esso non  di poderi di pianura ed  per conseguenza di miglior sapore e di maggior forza.
Colona.  13.  il patto si che fa tra lavoratore e padrone: il lavoratore dee coltivare la terra; e il padrone gli d la casa da abitare esso e la famiglia, e lo fa partecipare a' suoi frutti e alle spese in proporzione varia, secondo gli accordi.
Coltivazione e Industria.  13. La Coltivazione  il modo col quale si coltivano i terreni, secondo che richiede la loro varia qualit e positura. La Industria  qualunque esercizio di un'arte speciale in quanto ha relazione con l'economa politica, come l'Industria del ferro, della seta, ecc. Da ci si vede che, se anche l'agricoltura pu chiamarsi Industria, non ogni Industria pu confondersi coll'Agricoltura. Quando poi si dice Industria, cos in generale, allora ci si comprende anche l'agricoltura.
Complimento.  Parole di complimento. 34. Parole di cerimonia e di riverenza, che soglion dirsi conversando con persone civili, o nel presentarsi ad esse, o nel prender commiato, o nell'accettar doni, rifiutar garbatamente offerte, ecc. In generale poi si dice Complimenti senz'altro; e cos secondo i casi: Non faccio complimenti, I complimenti spesso sono seccature. Chi  solito di usar molte cerimonie, si dice che  complimentoso.
Conca.  23. Vaso di terra cotta, molto grosso di pareti, pi largo al fondo che alla bocca, di assai capacit, che suole usarsi per fare i bucati. Per serve anche ad altri usi, tra' quali quello qui descritto, di ricevere l'olio che cola dallo strettojo.
Condannare.  36. Bellissima metafora per significare che una pianta, oramai vecchia e sfruttata, si destina a essere tagliata o bruciata.
Cnio.  20. Quel mezzo fiasco d'olio, che il contadino rilascia al padrone per ciascun barile che se ne raccoglie, allorch si spartisce; e ci si fa per compensarlo del lacero degli arnesi, che si adoperano nel far l'olio.
Contadina (alla).  54. Con la rozzezza o semplicit propria de' contadini, al modo de' contadini. I modi avverbiali di questa forma son comunissimi nella lingua, per es. Vivere all'antica, Parlare alla cittadina, Pane alla casalinga, Vestire alla francese, e simili in infinito.
Conto.  Tornar conto. 30. Esserci utilit, Trovare utilit, nel fare una cosa piuttosto cos che cos, Starcene in capitale l'interesse: "Torna pi conto a far la tela da s, che a comprarla bell'e tessuta".
Coperta.  31. Quel panno, per lo pi di cotone, a opera, o fatto ad uncinetto, che si suol porre sul letto, sopra tutti gli altri copertoj, cio lenzuola, coltrone, panno di lana, ecc. ecc. Per l'estate si usano anche di cambr operato; e anche di seta. In tutti i casi ha la balza, e un penero torno torno, fuorch da capo.
Cppo.  19. Vaso assai grande, di terra cotta a grosse pareti, ed assai panciuto, nel quale si suol conservare l'olio. Nelle grosse fattore, dove i coppi sono parecchi, si tengono in una stanza appartata che si chiama la Coppaja. Nel fiorentino si chiamano anche Orcj, e la stanza l'Orciaja.
Correrci.  56. Si suol dire quando tra due cose c' molto divario. Qui la massaja vuol appunto dire che dal pranzo suo a' pranzi de' signori ci  grandissimo divario. Come mai tal uso? Eccolo: si metaforeggia tra la distanza di luogo, e la distanza o divario di qualit: e come suol dirsi che una strada corre per un dato luogo, per dire che  in esso, cos il dire ci corre  l'istesso che ci corre un gran pezzo di via; e si usa la metafora medesima quando nel significato si dice c' che ire, come scrisse il Giusti:
Dal fare al dire
Oh, c' che ire.
Cosce dello strettoio.  21. Grossi pianoni o panconi di quercia, a cui sono addossati i paloni di ferro che tengon fissa la madrevite alla lucerna dello strettoio.
Ctto.  54. Innamorato molto, e, come anche dicesi, Innamorato morto. Si usa volentieri la metafora del cuocersi per innamorarsi, ed  metafora propria, chi consideri che l'amore suol sempre chiamarsi fuoco; e l'amoroso fuoco  frase prediletta del Petrarca e de' Petrarchisti. Il popolo poi suol dire che una fanciulla  di buona cottja, per significare che la s'innamora facilmente. La qual frase Essere di buona cottoja si adopera, nel significato proprio, parlando dei legumi, che si cuociono agevolmente e in poco tempo.
Cottja. Per la frase Essere di buona cottoja, vedi qui sopra in Cotto.
Cozzone.  54.  l'appellativo proprio di colui che tratta, come suol dirsi, officialmente i matrimonj tra' contadini; i quali per lo estendono a significare colui, che tratta altre faccende, come vendite di bestie, ecc.; che propriamente dicesi Mezzano.
Credenza.  30. Quel mobile che si tiene nelle stanze da pranzo, e sul quale si distendono i piatti, i vini, le frutte o altro che serva per uso della tavola.
Crino.  22. Crine di cavallo, concio in modo particolare per diversi usi, come imbottir guanciali, materasse, ec, o tessuto per farne coperte da seggiole, canap e simili.
Croccante.  16. Si dice di tutti que' dolci cotti per modo che sotto il dente sgretolano, e si sminuzzano, mantenendosi sodi, n diventando pasta. Ma generalmente si dice di quelli levati dal forno di fresco.
Croce.  Dove non passa, ecc.  56. Questo proverbio  usitatissimo tra i contadini di Poggio, ed  osservato scrupolosamente; n gli sposi novelli tornando alla casa loro, passerebbero mai e poi mai per le scorciatoje.  nato delle processioni; ch quando il parroco fa delle processioni, mai esse non passano da altra via se non dalla via maestra.
Crosc (a).  31. La servit, naturata in noi Italiani per antico uso fa chiamare lavori a crosc quglli fatti con un ago terminato in cima da un uncinetto, per via del quale si aggruppa la seta o il refe, con cui si fa una specie di trina a disegno. Chi ama di essere italiano nella lingua, dice e scrive Uncinetto e Lavori di uncinetto. Ma le donne?.... Le pi poi stroppiano anche la voce francese, e dicono Croc.
Cucchiaja.  31. Ferro tondo, disposto per lo pi a gruccia, piantato su una base di legno. Sulla cucchiaja riscaldata si stirano le gale, i cannoncini, e certe increspature e sgonfietti degli abiti da donna.
Cuccia.  Passa a cuccia. 16. Cuccia  per gli Italiani il Canile, cio quello strato su cui dormono i cani: e Cucciare  lo Stare nella cuccia. Per i Francesi la Cuccia (Couche)  letto anche da cristiani: ed  anche il partorire!! Il Cucciare  lo stare a letto. Ancora, noi non ci siamo pareggiati a' cani, chiamando Cuccia il letto; ma se si va di questo passo colla servilit in opera di lingua, ci arriveremo. Passa a cuccia poi  il comando che si fa al cane, di cessar di abbajare e di andarsene.
 D
Di faccia.  21.  modo comune per Dirimpetto, cio per significare una cosa che  posta, o sta, dinanzi alla faccia di chi guarda, a pi o meno distanza. Si dice pure di persone.  modo vizioso, o per lo meno inelegante, il dire Al dirimpetto.
Digiun.  34. Pur troppo  comune tra noi a significare il primo pasto che si fa la mattina, e che italianamente si dice Colazione: "Alle 7 prendo il caff, alle 11 faccio colazione". Ma Colazione chiamano alcuni anche il prendere caff, cioccolata con latte, o con altro; e allora l'altro pasto della mattina sar esso una colazione? Per i Francesi il Dejener suona proprio Rompere il digiuno; e corrisponde all'Italiano Asciolvere: dunque quello che gl'Italiani francesescamente chiamano digiun diventa improprio e falso, perch non  proprio lo sdigiunarsi. Dunque direi specialmente Pigliare il caff o la cioccolata, o il caff e latte per l'Asciolvere, or disusato; e Far colazione direi il fare quel pasto, che suol dirsi digiun.
Diminutivi.  28. Lattughna, Peperoncni, Odorni: qui tali diminutivi, e trattandosi di cose mangerecce, significano la bont, la buona qualit e sapore delle cose medesime. - I diminutivi, vezzeggiativi, peggiorativi, ecc. sono una vera ricchezza della lingua italiana, e saputi usare a proposito, non solo modificano il significato in pi e diverse maniere; ma ajutano maravigliosamente l'efficacia e la grazia.
Discorrere.  54. Nel linguaggio de' contadini, Discorrere con una fanciulla, significa andare abitualmente da lei col proposito di farci all'amore per poi sposarla. Discorrersi, reciproco,  pure in uso: " oramai tre anni che si discorrono (fanno all'amore), e ancora non si parla di matrimonio".
Disglo.  49. Lo sciogliersi del gelo, o ghiacci: il succedere tempo dolce a un tempo freddissimo, che abbia fatto gelare l'acqua e ogni cosa.
Dga.  21. Ciascuna di quelle assi di legno, onde si compone il corpo dalla botte, dei barili, dello stajo ecc.
Dlco.  27. Si dice del tempo e dell'aria quando nell'inverno,  dolce e temperato, per il soffiare de' venti meridionali. Ma si intende sempre che debb'essere giornata nuvolosa o piovosa.
Donna.  56. I contadini chiamano sempre Donna la moglie: La me' donna, Ho preso donna; pi gentiluomini in ci de' veri gentiluomini che dicono la moglie; perch mulier, da cui nasce la voce moglie,  appellativo comune: e Donna viene da Domina, che vale Signora.  vero che ora, anche tra gentiluomini, sa di muffa il nome moglie e in alcuni casi dicesi la sua signora, la mia signora; ma il contadino  pi schietto e poi non si direbbe mai pigliar signora; ma i contadini dicono Tr donna.
 E
nno.  54.  dell'uso plebeo e contadinesco per Sono (sunt), terza persona plurale. In questa frase poi ci nno i cozzoni, il c'nno non indica solamente la presenza de' cozzoni, ma la necessit della opera loro; e suona: questa  cosa che debbono farla i cozzoni. Vedi a questa voce.
Entratura. 16.  voce comune per significare la prima stanza d'un quartiere, e anche di una casa, nella quale entra chi viene di fuori. Nelle case di citt, la prima stanza della casa, suol dirsi comunemente Il terreno; e a Siena Il ridotto.
Essere.  Quel che ,  che.  33. Forma singolare di locuzione toscana, che scorciatamente significa: "Ci che  di somma importanza,  questo, che, ecc.".
Nell'uso familiare sta bene; ma in grave scrittura farebbe mala vista.
Essere l l per.  29.  modo familiare a significar che una cosa  prossima ad avvenire, o  sul punto di farsi; la qual idea nell'uso pur familiare vien significata con la frase Da un momento all'altro, cio: "Il fattore dee tornare da un momento all'altro"; e in altro modo pur familiare, si potrebbe dire: Il fattore or ora  qui, ecc. ecc.
 F
Fabbricato, Fabbrica.  14. Fabbricato si usa comunemente a significare edifizio murato molto grande; e quando non  tanto grande, ma pur  grande, si dice fabbrica; e massimamente si dice Fabbrica a quegli edifizj che attualmente si stanno fabbricando. "Il maestro muratore  sempre alla fabbrica".
Faccenda.  55. Le faccende sono, per i contadini: La sementa, la potatura, la segatura, ecc. Ma quando si dice antonomasticamente Le faccende, s'intendono sempre la segatura e battitura.
Fame.  Gridar fame.  39.  frase efficacissima per mostrare che una pianta languisce e scade visibilmente per mancanza di governo. Di queste metafora i contadini ne hanno senza numero.
Fare.  Anni fa, Giorni fa. 34. Questa voce di terza persona singolare del verbo fare accenna il tempo trascorso da un termine posto, al punta che si parla, ed  come dire: finiscono adesso tanti anni; per esempio: "La tal cosa avvenne dieci anni fa". Che si suol dire anche dieci anni sono. Si usa pure indeterminatamente, come: tempo fa, giorni fa. "Tempo fa non era cos" e "Giorni fa andai a Roma".
Fare.  Far per casa. 54.  frase comune tra' contadini per significare che una fanciulla , come anche suol dirsi, faccente, cio buona e sufficiente a far tutti i lavori che bisognano al buon governo della casa.
Fare il piede.  14. I cacciatori, prima che si apra la caccia, conducono i cani a far lunghe passeggiate, anche su per luoghi alpestri, acciocch si avvezzino a quella fatica; e ci si chiama fare il piede.
Fattojo.  43. Quello stanzone pi o meno grande, nel quale sono gli strettoj e tutti gli arnesi necessari per franger l'ulive. Si dice, e pi propriamente, anche Frantojo; ma per prevale l'uso men proprio.
Fattore, Fattoressa, Sottofattore.  14. Il Fattore  colui che amministra i beni di campagna, dirige e sopravveglia i lavori: la Fattoressa non  la moglie del Fattore, ma una donna che attende al buon governo della casa, l nella Fattora. Il Sottofattore  colui che attende alle cose pi materiali, e che ha certe speciali ingerenze; ma sempre sotto gli ordini del Fattore.
Fattoressaaa.  15. Chiamando persone da lontano, specialmente per la campagna, si suol prolungar molto il suono dell'ultima vocale, acciocch non si disperda per l'aria; e questo prolungamento si rappresenta per iscrittura segnando tal vocale tre o quattro volte in fila, come fa qui il signor Giovanni.
Fattora.  14. Tenuta di pi o meno poderi uniti come in un corpo, e amministrati da una persona a ci deputata dal padrone, alla qual persona si d nome di fattore.
Fattora  parimente la casa dove abita il fattore, e dove egli tiene l'amministrazione; nella qual casa sono generalmente tutte le stanze necessarie a conservare le raccolte, a far l'olio, e tutte le altre cose occorrenti alla buona masserizia.
Fetta.  La fett'unta. 24. Fetta, di pane arrostito, strofinata con l'aglio e ben condita con olio. Vedi Panzanella.
Fiammata.  28. Fare una fiammata, Mettere sul fuoco legne che facciano fiamma, per iscaldarsi; e starsi a pigliare una fiammata vuol dire star dinanzi a quel fuoco per iscaldarsi.
Fiasca.  19. Vaso della forma di un fiasco; ma pi grande e di vetro molto grosso con veste di vimini. Generalmente serve per l'olio; ma serve, anche per il latte, che portano a vendere i contadini.
Fdera.  31. Sopraccoperta di panno lino gentile, fatta a guisa di sacco quadro, ed ornata spesso di gale, o ricamata, nella quale si mettono i guanciali, stringendola con un cordoncino infilato nei buchi che sono nella parte che rimane aperta, e che  come la bocca del sacco.
Fienle.  25. Stanza, generalmente a tetto, nella quale si tiene il fieno per i bisogni della stalla; e vi si mette tirandone su un covone per volta, col mezzo di una carrucola.
Finimenti.  25. Parlandosi di cavalli da tiro, sono tutto ci che serve per attaccargli a carrozze o altri legni, come le tirelle, il reggipetto, il posolino, i riscontri, ecc. ecc.
Fittvolo.  13. Cos dicesi in Lombarda e in altre provincie dell'alta Italia, colui che in Toscana si dica Fittajuolo; il quale significa Chi tiene a fitto le altrui possessioni, cio piglia a lavorarle e sfruttarle, pagando quel tanto che si pone per patto.
Fondi (I).  15-17. Si chiamano cos le cantine o altre stanze sotterranee delle case, che alle volte servono anche di cucina, dispensa ecc.
Fondo.  Di Fondo. 53. Cio del podere che forma l'estremo confine della tenuta, del padrone; e vale Che  laggi in fondo.
Formella.  38. Buca rotonda di una profondit e diametro di Metri 1,16, che si fa per piantarvi i giovani ulivi cos detti piantoni.
Fornello.  31. Cassetta quadra di ferro, con pareti assai grosse, una grossa graticola al mezzo del suo vuoto, sulla quale si accende il carbone per scaldare i ferri da stirare. Generalmente  portatile, e allora  sorretto da quattro zampe, pure di ferro; alle volte sono incastrati nel muro, e allora si chiamano a muro.
Frangere.  22. Infrangere,  strizzare la polpa delle ulive per cavarne tutto l'olio che essa contiene: il che si fa premendole sotto una macina, la qual gira o per forza di cavalli, o per forza di vapore, o per forza idraulica.
Frantojano.  25. Colui che sopraintende al frantojo, e dirige e governa tutto ci che riguarda la lavorazione dell'olio.
Frantojo o Fattojo.  20. Lo stanzone dove sono tutte le macchine, ordigni, vasi ed arnesi necessarj alla operazione del frangere le ulive e del far l'olio.
Frantojo a acqua o a Manzo.  21. Cos dicesi secondo che la macina di esso  messa in moto o per forza di un manzo che la fa girare, o per forza di acqua, che suol dirsi forza idraulica.
Frantura.  42-45. Tutta la operazione del frangere le ulive per cavarne l'olio.
Freddo (A).  22. Si dice Frangere a freddo quando messe le ulive sotto la macina, se ne estrae, senza far troppa forza, e senza innaffiar la polpa delle ulive con acqua calda, l'olio che ne possano dare in una prima stretta; e quello  l'olio vergine.
Friggere.  38. I contadini dicono che una pianta, e specialmente di ulivo, frigge, quando rimane stentata e intristisce.
Frusta.  25. Cordicella di filo intrecciato, pi grossa dall'un de' capi, che, legata dalla parte pi grossa a un lungo manico flessibile, di legno pi o meno pregiato, e terminata dall'altro con un pezzo di spago detto sferzno, serve per sferzare i cavalli, o per agitarla schioccandola per incitargli a andar pi forte.
Frutte.  26. Chiamansi i frutti colti dall'albero, e destinati a mettersi in tavola.
Stanza delle frutte,  quella dove si mettono le frutte colte dagli alberi, dette frutte da inverno, perch finiscano di maturare e si conservino, affine di mangiarle all'ultimo del desinare. Molti in plurale dicono Le frutta; ma pare un'affettazione.
 G
Gabbia.  44. Si chiamano gabbie e pi spesso Brscole, certi arnesi formati di una qualit di giunchi, ammaccati e ravvolti in cordoncini, che si intessono in modo da farne due dischi riuniti nel loro contorno; ed hanno un'apertura nel mezzo, di sotto e di sopra, ne' quali si mettono l'ulive infrante per stringerle. Si fanno anche di corda o di maglia.
Gabbia di legno.  21. Arnese di legno, in forma di vaso tondo, ma aperto di sotto e di sopra: formato di diverse doghe, con larga fessura tra l'una e l'altra, e cerchiato di ferro agli orli. Esso  cilindrico, alto circa un metro; e serve per mettervi dentro la pasta delle ulive, dalle quali si  cavato l'olio vergine, disposte a suoli chiusi in certi stoni per estrarne, a forza di strettojo, tutto quanto l'olio che in essa pasta  rimasto.
Gattajuola.  20. Buca di forma quadra, che si fa in un angolo della imposta degli usci, gi in basso, acciocch i gatti possano entrare ed uscire. Si sogliono fare agli usci delle cantine, dispense, e di tutte quelle stanze dove si teme danno dai topi.
Gattuccio.  25. Spazzola lunga, con manico o senza, che serve per buttar gi coll'acqua la mota dalle ruote o da altre parti del carro, delle carrozze o d'altri veicoli.
Geppo.  53.  contrazione contadinesca di Giuseppe, che in antico si disse Giuseppo. Molti nomi proprj si contraggono nel parlar familiare, il pi de' quali registrai nel Vocabolario dell'uso Toscano: questo Geppo  solo de' contadini; per la citt si dice da chi Geppe, e pi comunemente Beppe; a Pistoja Peppe.
Giovanotto (il). 54. Nel liguaggio contadinesco il giovanotto  colui che discorre con una fanciulla, cio che vi fa all'amore col proposito di sposarla: Stasera non ho veduto il mio giovanotto.
Giranio.  27. Fiore che ha le foglie odorosissime e il fiore senza odore. Si dice veramente Geranio; ed  quella pianta di pi specie, che i botanici appellano Pelargonium.
Giro giro.  19. Si dice di cose adattate ordinatamente attorno le pareti di una stanza. Pi comunemente si dice torno torno; e pi nobilmente attorno o in cerchio.
Gli per A loro. 16-25. Questo Gli per A loro i grammatici insegnano esser brutto solecismo, ed hanno, non una, ma mille ragioni. Tuttavia nell'uso familiare  continuo, e in molti casi, chi, parlando familiarmente stesse a rigor di grammatica, parrebbe troppo affettato, e in certi altri casi moverebbe anche il riso.
Gnors.  27.  modo contratto scambio di dire Signor s. Gnor per Signore  comune tra gli Ebrei: nell'uso nostro non si comporta, se non impastato colla affermativa (gnors), o con la negativa (gnorn).
Gracmolo o Grppolo.  26. Si noti bene: Gracmolo, e meglio Racmolo,  ciascuno di que' gruppetti, ciocchette d'uva, dei quali si compone il grappolo; il qual Grappolo  appunto l'aggregato di tutti i racmoli. I grappoli anche ne' varj luoghi di Toscana si chiaman diversamente, qui ciocca, l pigna, ecc.; e da ci voleva il Manzoni inferirne la necessit di fermarsi nella sola Firenze, e pigliar di qui tutta la lingua. Per bisogna notare che, anche in que' luoghi dove si dice diversamente, la voce Grappolo non  insolita: ed  anzi usata per tutto da chi parla bene e gentilmente.
Grano gentile e Grano grosso.  20. Il grano gentile  quello che ha le spighe senza reste e fa il seme pi piccolo, e pi delicato: il grosso ha le reste molto lunghe, i chicchi pi grossi, e d farina meno delicata.
Graticolato.  26. Rete di fil di ferro assai grosso, adattata a un telajo pure di ferro, che si suol mettere dinanzi a certe finestre, acciocch non possano gettarsi o sassi o lordure dentro la stanza dove la finestra corrisponde.
Chiamasi graticolato quando  posto ad un'apertura molto grande: se  posto a finestra, o altra piccola apertura, si chiama Gratcola.
Gronda.  15. Estremit del tetto, che sporge in fuori dalla parete delle case, acciocch la pioggia scoli e si versi senza bagnare essa parete. .
Guardaroba.  30. Quella stanza, dove sono pi o meno armadj da tenervi vestiti, la bianchera e altre simili cose occorrenti alla famiglia, come coltroni, coperte, ecc.
Guardia (il). 14. Cos chiamasi Colui che nelle tenute di campagna  stipendiato per andare attorno, armato di schioppo, a sopravvegliare boschi, bandite, ecc. per impedire a' facidanni di guastar piante, andar cacciando, rubar frutti o legne.
 I
Icch.  56. Questa  la forma interrogativa che si usa per tutto il contado e dal popolo fiorentino, invece di che cosa; e non  altro che la forma Il che, ridotto a pronunzia fiorentina. Alcuni, che si pensano di parlar pi pulitamente, hanno cominciato ad usar il falsissimo modo Cosa per che cosa; e rispetto a tal leziosaggine vedi ci che scrissi nel Vocabolario dell'uso toscano. Qui noto solo, che tal falso e raro uso, fu detto al Manzoni esser comune in Firenze; ed egli, credendolo, ne contamin tutti i Promessi Sposi.
Imbarilare.  19. Mettere nei barili, o il vino che  nelle botti, o l'olio che  negli orci.
Impegno.  53. Si usa questa voce a significare Assunto, Promessa, obbligo di fare una tal cosa, o di esser nel tal luogo; o simili. Esempio : "Non ho impegni per istasera. Non prenda impegni per domenica: la dee venir da me."
Impiantito.  19. Il piano o suolo di una stanza, ammattonato con mattoni posti per pianta o con lastre di marmo, o con quadrelli di legno, nel qual caso si dice Impiantito di marmo, di legno.
Inferno.  23. Olio d'inferno  quello che si trae dalla poltiglia delle ulive, la quale  gettata nella cisterna, come si vede descritto qui appresso.
L'Inferno poi  una Cisterna fuori del frantojo dove, a fin di lavorazione, si getta la poltiglia delle ulive caduta in fondo all'acqua, per levar poi, a suo tempo, l'olio che viene a galla.
Inforcatura.  49. Il punto dove i due grossi rami di un albero si scostano l'uno dall'altro sorgendo dal tronco.
Infrantojo.  43. Lo stesso che Frantojo o Fattojo; salvo che  voce pi nobile.
Ingabbiare.  45. Mettere nelle gabbie la pasta delle ulive uscita di sotto la macina, per mettere poi esse gabbie nello strettojo e cavarne tutto quanto l'olio. Sgabbiare  Cavar dalla gabbia essa pasta, estratto che ne sia l'olio, per rimetterne altra.
Innaffiare le bruscole.  24. Gettar sopra ad esse l'acqua calda, allorch son piene di pasta d'ulive gi un poco frante, acciocch ne esca pi agevolmente tutto l'olio.
Insenatura.  50. Il luogo in cui l'una collina si unisce all'altra, che viene ad essere necessariamente un seno, o spazio pi o meno cupo, chiuso da ambo i lati, largo all'apertura e stretto nel fondo.
 L
Lapida di pietra.  17. Il dire lapida di pietra sembra una stranezza, perch lapida, nasce appunto da lapis, latino, che vuol dir pietra; ma nell'uso la voce lapida suole usarsi per chiusno in generale; e anche se ad un'apertura qualunque, o bocca, si mette un chiusno di legno, suole anch'esso abusivamente chiamarsi lapida. Ma il dire lapida di legno, farebbe sempre ridere; dove il dire lapida di pietra pecca solo nel pleonastico.
Lasciare stare.  19. Per significare che, o cosa, o persona, vince ogni altra, suol dirsi: Quella cosa o quella persona bisogna lasciarla stare, cio: non ha pari. Si dice anche di perizia in alcuna arte o esercizio: "Eh, il signor C. per giocare al biliardo, bisogna lasciarlo stare".
Lasciarsi rivedere.  54. Tornare in quel luogo, dove altri  gi stato per alcun negozio. Esempio: "And dal P. a trattar quel negozio; ma egli era impedito; e gli disse di lasciarsi rivedere".
Latte.  Aver il latte su' denti. 32. Si dice a significare che altri  sempre fanciullo; e spesso  usato per atto di dispregio verso que' giovanetti, che fanno o dicono cose da uomini fatti, e cose generalmente riprensibili, o alla loro et puerile disdicevoli. Si dice pure Avere il latte sulle labbra, o simile.
Lva.  21.  uno strumento meccanico fatto in forma di cavalletto, con una stanga mobile, che si adopera per alzare e tener sollevate carrozze o altri legni, affine di potergli, o lavare, o racconciare comodamente.
Locale.  14. La voce Locale per Stanza, Stanzone, o simile,  di uso, ma non  bella. Vedasi essa voce nel Lessico della corrotta italianit; ch c' una graziosa discussione fatta al Senato nella soggetta materia.
Lucrna.  21-45. Grosso pezzo di macigno, che serve di base allo strettojo, su cui posano le gabbie piene della pasta delle ulive, guarnita giro giro di una scanalatura, per la quale scorre l'olio spremuto, e che si raccoglie nel vaso sottoposto.
Luminosa.  19. Si dice comunemente di una stanza che, per molte e convenienti finestre, abbia molta luce.
Lupa.  47. Malattia degli ulivi, detta anche Carie, la qual consiste nella mortificazione della parte legnosa del tronco e de' grossi rami.
Lustrissimo.  19. La voce Illustrissimo, che prima era titolo di principi, adesso  titolo che si d a qualsivoglia omicittolo, il quale abbia qualche soldo. I sottoposti lo dicono generalmente a' loro padroni; e tra il popolo, e tra' contadini, si abbrevia dicendo Lustrissimo.
 M
Macinata.  24. Tutta quella quantit di ulive che si macinano in una volta, che per il solito  di 12 bigonce. Si chiama anche Macinatura.
Macinatura.  45. La quantit d'ulive che si macinano in una volta. Vedi Macinata.
Mdia.  30. Specie di cassa su quattro corti piedi, alta un metro poco pi, e composta di due parti o palchi; quel di sopra alto circa un palmo, che  coperto da una ribalta da alzarsi, e appoggiarla al muro, quando si vuole aprire, e serve ad intridervi la pasta per fare il pane; quel di sotto occupa tutto il rimanente, ed  una specie di armadietto, con le sue imposte, nel quale si ripongono la fiasca dell'olio, le stagnate, le ampolle, e altri utensili da cucina.
Madrevite.  21. Strumento con cavit cilindrica fatta a spire, e per modo che il convesso delle spire della vite maschia, o in rilievo, si adatti al cavo di quello della madrevite, o vite femmina.
Magazzno.  17-21. Quella, o pi stanze di una fattora, ove soglionsi tenere gli attrezzi pi grossi, e che vengono in uso di rado; o il grosso legname da costruzione. Il magazzino, anche in altri casi,  sempre luogo dove si tengono in deposito o mercanzie o grano; e per impropriamente si chiamano Magazzni quelle eleganti botteghe, dove si tiene in vendita la roba a minuto.
Maglilo.  39. Sermento che si taglia dalla vite, lasciandogli in fondo un pezzo del ramo su cui nacque, onde termina in forma come di martello. Si piantano per allevare nuove viti.
Manganare.  27. Stringere la bianchera gi stirata in uno strettojo, o torchio, ben liscio, affinch pigli e mantenga il lustro. Si fa anche alle pezze di panno lano, in istrettoj pi grossi, che si chiamano propriamente Mngani.
Mngano.  31. Strumento formato di pietre grossissime, mosso per forza di argani, sotto il quale si mettono i panni avvolti sul subbio per dar loro il lustro. Quello da stirare, del quale si parla qui,  un arnese movibile, formato a guisa di torchio, o strettojo, con due lastre molto liscie, e serve per dare il lustro alla biancheria stirata.
Mangiare un boccone.  33. Suol dirsi familiarmente pel Desinare o Pranzo;  usato cos, a significare che la mensa  parca e frugale; e per fuggir nota di millantera.
Manifsto. Fare il manifesto. 56. Per i contadini suona questa frase l'andare degli sposi novelli a desinare da' genitori della sposa, quasi per affermare solennemente che sono gi marito e moglie.
Mano.  Fare a su' mano. 30. Suol dirsi per significare che la bianchera, o da tavola, o da letto, si deve prima filare e poi tessere e poi imbiancare (o come suol dirsi Curare) a proprio conto; e non si va a comprarla alla bottega.
Manoso.  30. Si dice della tela di lino che sia morbida e cedevole stringendola tra le mani. Trattabile.
Maremmano.  15. Cos chiamasi una razza di cani molto grandi, con un bel pelo bianco e lungo, che si allevano generalmente nelle nostre maremme.
Marmo.  30. Larga lastra di marmo, e alquanto grossa, che si tiene nelle cucine, per intridervi, spianarvi, e ridurre in falda (tirare) la pasta, o da minestra, o da dolci.
Materiale.  17. Si suol dire che una tal cosa  fatta di materiale, quando, invece di essere di legno, come ordinariamente si fa,  di muro, cio di sassi e calcina, come appunto si fanno i tini da alcuni proprietarj.
Maturare.  18. Detto del vino significa Lasciare il sapore del vino nuovo, prendere maggior corpo, e purificarsi da ogni feccia, acquistando il suo vero sapore.
Menare.  53. Appresso i contadini Menar moglie, non  lo sposarla, ma l'andare a prenderla, otto giorni dopo lo sposalizio, alla casa sua paterna, per condurla, menarla, alla casa della sua nuova famiglia.
Mnsola di ferro.  27. Mensola  qualunque oggetto, o di materiale o di legno o di ferro, fitto nel muro, e pi o meno sporgente dalla superficie di esso, per servire di sostegno a cosa che su vi posi.
Mezzera.  13. Si dice cos in Toscana quel sistema di tenere il contadino a met delle ricolte per compenso del lavorare il podere. Ci sono altri patti secondarj, che variano da paese a paese.
Mezzetta.  25. Misura toscana che conteneva mezzo boccale, o un quarto di fiasco. Si continua a dire tuttora, parlandosi di vino e d'olio. Mezzetta per  anche una misura da legami, che suol farsi di legno, e sar circa mezzo litro.
Mignolare.  41. Il primo fiorire degli ulivi. "Gli ulivi cominciano a mignolare". Ed  comune il proverbio: "Se mignola d'aprile, vacci col barile (la raccolta sar abbondante): se mignola di maggio, vacci col saggio (la raccolta sar scarsa).
Mignolo. 36. Specie di olivo, detto altrimenti Toscano.
Millsimo.  26.  il segno scritto dell'anno nel quale  stata detta o fatta una cosa, stampato un libro, inalzata una fabbrica ecc., venuto dalla forma della indicazione latina di tali anni, la quale si fa cos: Anno millesimo, centesimo, vigesimo primo o simili.
Mortaletto. 56. Cartoccio ripieno di polvere da schioppo, legato strettissimamente con spago impeciato, che, datogli fuoco, fa uno scoppio fortissimo. Si fanno per occasioni di pubblica letizia.
Mrto.  49. Si dice di quella parte del fusto o rami di certi alberi, dove pi non circola il succo vitale, e che per conseguenza si secca.
Moscajula.  30. Arnese composto di regoli di legno, di forma quadra, o tonda, impannato o di tela rada o di velo; e vi si pone dentro roba da mangiare, acciocch le mosche non vi si possano posar su.
Mutare.  19. Travasare vino od olio, acciocch resti puro e netto da ogni fondata o morchia, la quale rimane in fondo al vaso da cui si cava.
 N
Nappo.  19. Vaso di latta, con manico e beccuccio, che si adopra per attingere l'olio dell'orcio. Si fanno di maggior e minor grandezza; ma ordinariamente hanno la tenuta di circa un litro.
Nicchia.  30. Cos chiamasi da alcuni il ricettacolo dell'acqua negli acquaj, in una parte del quale c' un'apertura che imbocca in un condotto per dove si manda via l'acqua della rigovernatura.
Ncciolo.  23. Quel corpiciattolo legnoso e vuoto, che si genera in alcune frutte, come pesche, susine, ulive e simili, dentro al quale si conserva l'anima, o il seme, onde poi si riproduce l'albero. Sono di forma varia e di varie grandezze, secondo la specie delle frutte.
 O
O. Precede l'interrogativo. 30. Si usa spessissimo nel parlar familiare, come introduttivo alle frasi di interrogazione. Si osservi che non  per niente una esclamazione; e che mal a proposito molti la scrivon con l'acca (oh!) a modo di esclamazione di meraviglia.
Odorni.  28. Si chiamano cosi alcune erbe odorifere come serpillo, menta, basilico e simili, che alcuni sogliono mescolare alla insalata.
Oleosit.  41. La qualit della oliva che sia giunta a maturazione, cio a quel punto nel quale, premendola, se ne pu cavare la maggior quantit di olio.
Olio lavato.  23. Quell'olio che. con l'ajuto dell'acqua calda, si estrae dalla pasta delle ulive gi stretto.
Olio vergine.  22. Il primo olio che esce dalle ulive messe nello strettojo, prima di essere strette, per la sola pressione che fanno sopra di esse i toppi.
Olvo. Diverse qualit e nomi di esso.
Ombuto.  19. Corruzione plebea e contadinesca dalla voce imbuto.
Omo. Vedi Uomo.
Opera della tela.  30. Il disegno, ed il lavoro, mediante il quale si rappresentano fiori, fogliami, frutti, animali e qualsivoglia altra cosa sopra la tela, o altro tessuto; che perci si dice tela a opera, e anche operata.
Opifcio.  23. Luogo generalmente con macchine, destinate a fare una speciale lavorazione, alla quale bisognano pi persone.
pre.  16. Cosi chiamansi, e anche distesamente Opere, que' lavoranti che pigliano a giornata i contadini, quando ci sono da fare straordinarj lavori di coltivazione; onde le frasi Andar a opra, Pigliar dell'opre, Andare all'opre. Il modo ellittico  all'opre, che si legge in questo luogo, significa:  a vedere, a sopravvegliare, a dirigere i lavori delle opre.
Orciaja.  17. Quello stanzone delle fattore, dove si tengono ordinatamente gli orcj dell'olio.
Orticno.  36. Diminutivo della voce Orto; e qui ha per di pi l'idea di acconcezza.
 P
Palchettino. 26   Piccola assicella sospesa, o sorretta al muro da beccatelli.
Palco.  24. Impiantito formato di assi di legno soprapposto ai travicelli, e sul quale si distendono le ulive raccattate o brucate, perch si mantengano fresche e non riscaldino, come accadrebbe se fosser tenute ammontate.
Pannllo.  22. Stoino di crino o di giunco, che si metta tra l'un suolo e l'altro delle ulive, nelle gabbie dove si stringono per cavarne l'olio.
Parere.  Ma le pare! 31. Modo familiare di ringraziamento, e di garbata ritrosa ad accettare una cosa che ci venga offerta in regalo.
Parte.  45. La met di quella quantit di ulive, che si chiama macinatura o pilata. Non pu la pilata mettersi tutta in una volta sotto la macina; e per se ne fa due parti.
Partire.  19.  il fare due parti delle varie raccolte dei poderi, acciocch abbia la sua il padrone, e la sua il contadino.
Pasta.  22. La polpa delle ulive infrante, ridotta tutta in una massa medesima; la quale poi si ripone nelle gabbie per essere stretta, e toltone tutto l'olio.
Pasta reale.  29. Intriso di farina, zucchero e uova rimenato bene, e con un poco di chiara montata, che cocendosi, rigonfia, ed  di gustoso e delicato sapore.
Pnero.  30. Quel lembo dell'ordito, che rimane senza esser tessuto, alternandone le fila con piccoli nodi. "Sciugamani col penero, e senza penero". Si usa anche per Frangia fatta a modo di penero. A Pistoja e in altre Provincie dicono per comodo di pronunzia Plano.
Per.  Per avanti. 55. Cio per un tale o tal altro giorno che preceda le faccende principali. La particella Per ha nell'uso la propriet di significare termine fisso di tempo: Sar qui per Natale. - La sarta mi ha promesso che per domenica il vestito sar finito. - Mor per Pasqua.
Pevera.  18. Grosso imbottatojo a bocca bislunga, fatto di legno: tutto d'un pezzo, fuorch il becco, che  di metallo: serve a versare il vino nelle botti e ne' barili.
Piana.  21. Pezzo di legno segato da lavoro, pi largo e pi grosso dei correnti.
Pianta del podere.  17. Carta dove sono disegnati i confini, e le parti diverse di un podere, con tutti i campi spartiti, col numero di tutte le particelle catastali ec.
Piantone.  37. Giovane olivo di piantonja che si pianta nelle fosse.
Piattaja.  30. Specie di rastrelliera di legno, a pi scompartimenti, e a due o pi palchi, che suol tenersi appesa sopra l'acquajo, sulla quale si ripongono per lo ritto i piatti rigovernati, i quali cos possano scolare e asciugarsi meglio.
Piatto della macina.  24. La faccia di sopra della macina da frangere ulive, la quale  un poco concava, acciocch meglio raccolga le ulive che vi si gettano per essere infrante.
Piatto della stadera.  16. Pezzo di legno quadro, non molto alto, ma assai largo, il quale si appende per mezzo di funi in cima al fusto delle stadere grosse, per adattarvi sopra la roba che si vuol pesare.
Poi.  La domenica poi. 54. Cio la domenica appresso, la domenica dopo, che succede a quella domenica o a quel giorno gi ricordato.  modo comune tra' contadini.
Polenda gialla.  24. Intriso di farina di granturco, che si fa gettando la farina nell'acqua bollente, e rimenandola forte, finch non sia cotta.
Polpa.  22. La parte interna e pi tenera della uliva, dove si contiene il succo che poi diventa olio.
Poltiglia.  23. Pasta composta di tutto ci che rimane delle ulive macinate e premute, mescolato ogni cosa insieme.
Porttile.  27. Non fermato al muro o altro; ma da potersi trasportare a mano da luogo a luogo.
Posssso.  37. Suol dirsi comunemente, ma con poca propriet, invece di Possessione; vale uno o pi poderi riuniti insieme, con casa padronale, e qualche annesso. Se i poderi e gli annessi son molti, suol dirsi Tenuta.
Psta. 25. Luogo della stalla assegnato per un cavallo.
Posticcia.  36. Nome che suol darsi a quello spazio di terreno, o orto, dove si pongono gli uovoli, acciocch facciano i loro getti, da' quali poi nascono i nuovi ulivi.
Prodtto.  14. Si dice, con non troppa propriet, di tutto ci che rende o produce il podere; che altrimenti si chiamano le raccolte.
Puntata.  37. Quanto affonda la vanga nel terreno in una forte pigiatura di piede. Vangare a due puntate  dare anche la seconda per andare pi a fondo.
Purgato.  21. Si dice di alcuni legnami tenuti molto a stagionare, ed immersi per pi tempo nell'acqua, dove acquistano maggior sodezza.
 R
Raffrescarsi.  33. Riposarsi tanto che sia sfogato il calore accresciuto nella persona, o per troppo cammino o per troppa fatica. Diverso dal Rinfrescarsi che  il Bevere qualche cosa ecc.
Ragazza.  La Ragazza. 54. Cosi chiamasi la fanciulla con la quale il Giovanotto (Vedi questa parola) fa all'amore per isposarla. "Tonio  in collera con la ragazza".
Ragazzcolo.  32. Diminutivo di ragazzo, e vale Fanciullo di piccola et, ma di poco buona natura.
Rami.  29. I rami sono tutti que' vasi di rame, che servono per la cucina, come cazzeruole, teglie, ramni ec. Nelle grandi cucine se ne fa come una mostra, tenendoli appesi alle pareti, sempre tutti netti e in punto.
Ravviare.  43.  dell'uso comune per Raccogliere insieme pi cose piccole sparse qua e l, o per una stanza, o per un campo. Ravviare le ulive, il grano, le noci.
Razzolare.  43. Allargare e sciorinare con la mano aperta le raccolte ammontate, come grano, ulive ecc. acciocch possano pigliare aria tutte, e cos meno facilmente si guastino.
Reticolato. s. a. 20. Filo di ferro sottilissimo, intessuto a modo di rete, col quale si fascia per tutta la sua lunghezza il frullone del buratto, o vaglio a scaletta, acciocch, girando esso frullone, passi di tra' buchi della rete ogni scoria, e il grano resti netto.
Rzzola.  57. Quella buccia liscia, sottilissima, e trasparente, onde sono coperti gli agli e le cipolle.
Ribollre.  20. Si dice, per solito, delle biade, e specialmente del grano, quando, essendo ammontato, nella sua massa vi si rinchiude il caldo, che  spesso cagione di alterarne tanto o quanto la freschezza, e fargli pigliar mal odore.
Rigoglio della volta.  19. Rilievo, sviluppo, alzata degli archi che formano la volta.
Rimanere con la voglia.  33.  di uso comune per significare che altri, assaggiando, o ponendosi a fare cosa che lo diletta e gli piace, non ha potuto goderne e gustarne quanto avrebbe desiderato.
Rimescolare.  24. Agitare con manatojo, o mestolo, cose che sieno in fondo ad un liquido, acciocch mandino fuori la sostanza che contengono, e il liquido se ne impregni. Qui, trattandosi di sostanze oleose , il rimescolamento si fa perch l'olio venga a galla.
Rimessa e stalla. 21-25. La Rimessa  quella dove si tengono i legni e i finimenti, che, se  signorile e di citt, si dice Scudera; la Stalla  quella dove si tengono i cavalli.
Rimessitccio.  40. Ramo novello, che spunta e cresce sul tronco vecchio.
Rinnocare.  57. Fare da capo la cosa medesima; e suol dirsi spesso, come qui, per mangiare due o tre volte alla fila una cosa gustosa. Non accade dire che  voce familiare, presa dal giuoco dell'Oca, dove, tirato il punto, se, contando, si va a finire sopra un'Oca, si va innanzi altrettanti punti.
Rinnuvo.  39. Ricominciamento dell'avvicendamento; il terreno che si riconcima, e si pone a sementa ingrassante, si chiama terreno di rinnuovo.
Riscaldare.  43. Si dice delle biade ammontate, nelle quali penetrato il calore esterno, alle volte si alterano per ci, e pigliano mal odore e sapore.
Rgna.  48. Malattia degli ulivi, la quale consiste in certe escrescenze, che poi scoppiano, e diventano scabrose e di mal aspetto, perch il frutto si secca e muore.
Rosolare.  24. Fare che le vivande, per forza di fuoco, prendano quella crosta, che pende al color rosso.
 S
Salamanna.  26. Qualit di uva da tavola, e non da far vino, con chicchi assai grossi, e di ottimo sapore. La introdusse fra noi un Ser Alemanno Salviati; e perci chiamossi Seralamanna; il popolo per comodo l'abbrevi in Salamanna, e ora tutti diciamo cos.
Sansa.  23. Ci che resta delle ulive infrante per cavarne l'olio; compreso i nccioli e tutto.
Sapere.  Mi sapranno dire. 57. Modo di fare persuaso altrui che una data cosa affermatagli, sembreragli eccellente.
Scaffale a muro.  18. Vuoto fatto nel muro, adattatovi poi diversi palchetti di legno a una certa distanza l'uno dall'altro, come si vede negli scaffali da libri. Alle volte si chiudono con imposte.
Scalo.  18. Scala di legno, manesca, e di pochi scalini, che si regge da s sulla propria base, e si adopera nelle tinaje per salire su alla bocca dei tini, e altrove per altri usi conformi.
Scelti.  26. Gli scelti sono le uve di qualit migliore, che si colgono avanti la vendemmia, e si mettono ad appassire sulle stuoje o graticci, per poi fare il vin santo, o altri vini da bottiglia.
Scoccare.  34. Si dice del primo colpo che batte un orologio nel sonar le ore: Scccava mezzogiorno, ed egli arrivava; e suol dirsi altres lo sccco, per il primo colpo: Allo sccco di mezzo giorno sar qui.
Scrittjo.  17. La stanza, nelle fattore dove il Fattore tiene i libri della sua amministrazione, e tratta gli affari del suo ufficio.
Scuricna.  48. Scure piccolissima, che si adopera nell'agricoltura specialmente per potare e nettar piante.
Segatura.  55.  la maggior faccenda del podere, e si chiama cos specialmente la mietitura del grano.
Sgabbiare. 45. Vedi Ingabbiare.
Sgrbia.  48. Scalpello fatto a doccia, ben tagliente sull'orlo, che gli agricoltori adoprano per scavare il tronco di alcuni alberi, e cavarne cos tutta la parte guasta.
Soffitta abitabile.  15. La soffitta  quello spazio vuoto che si lascia tra l'ultimo piano di una casa e il tetto, acciocch vi circoli l'aria, e anche per riporvi vari attrezzi. Nei grandi edifizj le soffitte si lasciano assai alte e comode, da potervi anche abitare; e quelle sono le soffitte abitabili, come era questa della nostra fattora.
Slo.  22. Distesa o strato di ulive ridotto in piano, sopra le quali si pone il pannello (Vedi questa voce); e poi un altro dietro, e poi un altro, finch la gabbia sia piena, e le ulive si possano stringere. La vera scrittura  suolo; ma gli idioti contraggono spesso il dittongo, e dicono Slo, come dicono Novo per Nuovo; Omo per Uomo, e simili.
Spianata.  14. Spazio assai largo di terreno piano, senza ingombro di colline e case frequenti.
Spropositi da can barboni.  34. Modo dell'uso familiare per significare errori gravissimi, e contrarj al buon discorso, come quelli per esempio, onde son pieni gli scritti del famoso prete Tigri, gi ispettore scolastico.
Stadra grossa.  16. Strumento col quale si pesano le cose piuttosto gravi.  composta di un braccio, o fusto di ferro, quadrangolare, su uno de' cui angoli sono segnati i grammi e i chilogrammi; di una perpendicolare che lo sostiene, del piatto o bacino per porvi ci che si vuol pesare, e di un romano o contrappeso, il quale scorre sul fusto.
Stadera a mano.  16.  strumento che serve all'uso medesimo: salvo che  di pi piccole proporzioni, e invece di essere tenuta sospesa da bracci di ferro fissati al muro, pu tenersi sollevata con una mano, facendo coll'altra scorrere il contrappeso.
Stalla. Vedi Rimessa.
Stanga.  22. Grosse asta di legno riquadrata, l'uno dei capi della quale si infila nell'apertura, fatta apposta nel sodo della vite dello strettoio, e spingendola dall'altro capo o per forza di braccio o per forza di cavallo o di asino, si mette in azione la vite, che venendo a premere sulle ulive poste nella gabbia, ne spreme l'olio.
Stanza da stirare.  30. Quella stanza destinata a tale ufficio, nella quale  la tavola a ci destinata, i fornelli, i ferri, ed ogni altra cosa bisognevole. Suole esser vicina alla guardaroba.
Stanzinetto.  26.  diminutivo di stanzno; e si dice specialmente di quelli, che non fanno parte della disposizione simmetrica delle altre stanze di un quartiere, ma sono come chi dicesse scmpoli, o sciveri del disegno dell'architetto ad usi speciali.
Stare a tavolino.  34. Attendere allo studio, leggendo, meditando o scrivendo, senza uscire dalla stanza ove si studia. Nella locuzione presente si intende di parlare di coloro che pretendono farsi maestri di certe arti che pi si apprendono per via di pratica che per istudio.
Stiacciare un sonno.  29. Frase del linguaggio familiare, che veramente significa l'addormentarsi non a letto, ma seduto o su una poltrona, o sdrajato su un canap, o altrimenti, e dormire per un certo tempo saporitamente.
Stiacciata coll'uve.  29. Pasta che si fa intridendo fior di farina nell'acqua, mescolandovi torli d'uovo, e un poco di zucchero, con l'aggiunta di un poco di lardo di majale e dei chicchi d'uva. Si cuoce nelle teglie larghe e assai basse; ed  assai gustosa.
Stja.  26. Le stoje sono veramente un tessuto di alga, o di sala; ma qui stoja si usa per Canniccio che  fatto di cannuccie legate insieme, per lo pi con sala, in forma di quadrato bislungo, sul quale si pongono frutta, uva o altro a seccare, e vi si allevano i bachi da seta. Nel fiorentino quasi tutti gli chiamano impropriamente stoje.
Strapazzare.  54. Veramente questo verbo significa Maltrattare pazzescamente o con atti o con parole; qui per v' eufema, e si intende di quelle carezze asinine che si fanno tra loro i contadini quando contrattano il bestiame o la moglie, che fanno mille smorfie, trovando obiezioni, e il cozzone replicando; e l chi tira l'uno per le braccia, se finge d'andarsene, chi d a un altro amichevolmente del minchione, ecc. ecc.
Strtta.  23. L'operazione dello stringere l'ulive, p. e. "nella prima stretta si cavarono quattro fiaschi d'olio."
Strettojo.  21. Ordigno di legno, che preme e stringe per forza di una vite; e si adopera per ispremere il sugo da checchessa, ma specialmente si dice di quello dove si spremono le vinaccie, e l'altro dove si spremono le ulive.
Strglia.  25. Strumento generalmente di ferro, fermato in quadro da quattro lastre dentate, fissate sopra una lastra, pur di ferro, e con manico di legno fisso ad uno dei lati. Si adopera per fregare con forza i cavalli e simili animali, affine di nettare loro la pelle da ogni sudiciume.
Suo.  Col suo. 17. Questa voce suo nel parlar familiare serve garbatamente a significare, o acconcezza, o gradevole e adattato compimento, come qui le bottiglie col suo cartellino, che  acconcio compimento, come quello che serve ad indicare ci che contengono; e altrove ha detto la minestra col su' cacno, perch il formaggio grattato  buono colla minestra, ecc. ecc.
Suo.  Le su' camicie. 54. Qui la voce suo piglia anche significato pi efficace, servendo a mettere in veduta la perizia particolare della sposa, che tra le altre cose sa cucire anche le camicie.
Svoltata.  14. Il punto dove una strada, lasciando la linea retta, si volge o a destra o a sinistra. Qui si dice svoltata di un colle, perch la via che facevano i giovani, a un tratto fa, come suol dirsi, gomito, rasentando la curvatura di una collina.
 T
Tarduccio.  31. Diminutivo dell'avverbio di tempo Tardi; e significa, Non assolutamente tardi, ma piuttosto tardi che no.
Tavola. Mettersi a tavola. 34. Assidersi d'innanzi alla mensa apparecchiata per mangiare.
Tavola da stirare.  31. Tavola assai grande e bislunga, tirata a pialla, ma non verniciata n tinta, o anche coperta da un panno, sulla quale si stira, e si d la salda alla bianchera.
Tavolino.  17. Diminutivo di Tavola (come molti altri diminutivi di voci femminine sono mascolini, Casa, Casino, ecc.) e non di Tavolo, che non  della lingua, bench usato da molti non Toscani. Si chiama dunque Tavolino qualunque Mobile di legname, con piano e quattro gambe, seduto dinanzi al quale, altri sta a lavorare, a studiare, a giocare.  generalmente pi piccolo della Tavola; e quando eccede la misura ordinaria, ma serve agli usi medesimi, non si dice Tavola, ma Tavolino grande, Tavolinone.
Terra. Tra le due terre. 50. Strato della terra in cui cominciano a trovarsi le prime barbe delle piante.
Terrazza.  26. Parte della casa, e generalmente sopra all'ultimo piano, o al tutto scoperta, o aperta solo da una o pi parti, dove si tengono panni ad asciugare, frutte a seccare ecc. ecc.
Tinaja.  17. Quello stanzone terreno, dove si tengono le tina, nelle quali si pigia l'uva, e fermenta il vino.
Tinello.  16. Quella stanza dove mangiano in comune i familiari di una casa signorile. Nelle case signorili di citt l'uso di tal voce si va perdendo; ma nelle Fattore si continua ad usare, e s'intende quella stanza, generalmente presso la cucina, dove mangia il fattore, il sotto fattore, la fattoressa, il guardia ecc. ecc.
Tirare.  16. Parlandosi di stadera Tirare significa il peso che essa stadera pu pesare, per esempio: La tale stadera tira 100 chilogrammi, cio vi si pu pesare fino a cento chilogrammi: e a metterci maggior peso non lo rileva, cio con il suo braccio non lo segna pi.
Tirare al su' interesse.  54.  formula familiare, con la quale i contadini e la gente del volgo rompono un patto. Se le piace cos, bene; se no tiri al suo interesse, o come dicono i contadini al su' 'nteresso.
Tppo.  22. Pezzo di tronco d'albero, piuttosto alto, che si mette sopra la vinaccia, o sopra le olive, negli strettoj da vino o da olio, e sul quale fa forza le vite, allorch si stringe per estrarre il liquido.
Tramggia.  24. Cassetta quadrangolare, assai pi larga in cima che in fondo, la quale si adatta sopra le macine, e sopra il frullone, donde casca il grano, o la biada, o le ulive che si voglion macinare, o la farina che si vuole abburattare.
 U
Uccellare. Vedi Cacciare.
Uliveto.  36. Luogo piuttosto spazioso dove sono piantati ulivi.
Uomo di fattora.  25. Specie di facchno, destinato a fare le faccende pi faticose della fattora: generalmente si piglia da una famiglia di contadini appartenente a essa fattora.
Uovolo.  36. Gemma vitale che si sviluppa nella parte del tronco pi prossimo alla radice, e dalla quale, staccata e convenientemente coltivata, formansi le nuove piante d'ulivo.
Uva da tavola.  26. Uva di gustoso sapore; ma che si mangia a tavola, in fine di pranzo, non essendo buona da far vino: di tal genere  l'uva regina, l'uva salamanna, la galletta ed altre.
 V
Vagliatura. 20. La operazione del vagliare il grano.
Vangare al piede.  39. Smuovere o sollevare alla profondit d'una vangata, cio 25 cent. circa, la terra attorno alle piante.
Vanme.  20. Tutti que' chicchi o semi di grano, che non hanno allegato bene sono rimasti piccolissimi; e anche la camerella dove il seme si forma, rimasta vuota del tutto.
Venerd.  Un Venerd. 53. Il venerd  in Firenze giorno di mercato, e i fattori di campagna sogliono in quel giorno venire a citt per parlare col padrone, per far contrattazioni, pagamenti ecc.; e per  d'uso comune il dire un Venerd per accennare, senza appunto determinarlo, un giorno di mercato.
Vento.  Piovere o Nevicare a vento. 24. Si dice quando, nevicando o piovendo, soffia vento piuttosto impetuoso, la qual cosa  cagione che male ci si possa riparare. Quando le biade, e specialmente il grano,  assai alto, e piove con vento gagliardo, ci  cagione che il grano si alletta, cede, voglio dire alla forza del vento, distendendosi sul terreno, donde alle volte malamente si rialza, con grave danno della riccolta.
Verbi. Vol'eglino? 16. Venghino.  16. Sentino  34. I contadini alterano spesso le conjugazioni de' verbi, e cos anche la plebe, e per spesso si legge in questo libro delle voci di verbo alterate come venghino, dichino, sentino, per sentano, dicano, facciano e simili; le quali voci per altro erano comuni anche agli scrittori fiorentini del secolo XVI. Circa al vol'eglino, esso  un modo accorciativo de' contadini, i quali non possono adattarsi a pronunziare come dovrebbero: Voglion elleno.
Vermtte.  16. Vermutte toscano  un vino bianco, fatto di buona uva scelta, schiettissimo, infusovi assenzio con altri aromi, e passato per calza o cola. I Toscani hanno sempre pronunziato Vermtte con l'accento sulla penultima; ora anche in Firenze, per la smania di scimiottare la gente di fuori, si pronunzia Vrmutte, con l'accento sulla prima. Il Vermutte di altre province  piuttosto un liquore che vino.
Verno.  52. Verno per Inverno  accorciatura comunissima tra 'l popolo e tra' contadini.
Verne.  15. Terrazza coperta su in alto, nella quale si tendono bucati, si mettono frutte a seccare, ecc.
Verricello.  23. Macchina a vite, o anche a ruota, con la quale con poca forza di braccia, o si alzano gran pesi, o si metton in moto altre gravi macchine ecc.
Vetta (in). 17. Suol dirsi specialmente per la Parte estrema di sopra, o di monti, o di alberi; La vetta del monte  nascosta tra le nuvole. Si usa anche per la estremit superiore di altre cose, specialmente quando  fattone il modo avverbiale: In vetta. Cos In vetta alla scala; il tino ha la lapida in vetta. Si dice di spazio orizzontale:  laggi in vetta alla viottola. Per sono modi del parlare familiare.
Vezzo di tante fila.  55. Le contadine benestanti portano sempre nel corredo il vezzo di perle pi o meno grossette, secondo la possibilit. Le meno agiate lo hanno di tre fila; e su su le pi agiate di quattro, di cinque fino a dieci o dodici fila, che si ricongiungono a una maglietta o fermaglio d'oro pi o meno ricco, e pi o meno lavorato.
Vini da bottiglia.  26. Si chiamano cos da' Toscani, i vini bianchi scelti, come il vin santo, l'occhio di pernice, la marsala, ed altri simili, che ora francesescamente si chiamano da deserre (dessert).
Vin rosso.  57. Si chiama cos il vino da pasto, per disferenziarlo dal vino bianco.
Vino santo o Vinsanto. 16. Specie di vino fatto con uva bianca di ottima qualit, tenuta ad appassire sulla stoja, e poi spremuta bene, e posta nel caratello; si svina dopo un anno; ma chi lo vuol perfetto lo tiene nel caratello tre anni.
Vivajo.  36. Campo o orticello, nel quale si pongono gli uovoli, a certa distanza l'uno da l'altro, e si governano col letame, acciocch facciano i loro getti, che poi si trapiantano per avere gli ulivi novelli.
Vivo.  48. Si chiama il vivo, a modo di sostantivo, quella parte di una pianta malata, che si  conservata sana e vegeta; e anche la parte sua pi vitale, che  ricoperta della scorza.
 Z
Zincone.  40. Mozzicone di un ramo, o troncato, o scosceso, di un albero.
...
.
...
FINE.